L’altare dei morti

«A poco a poco egli aveva preso l’abitudine di soffermarsi sui suoi morti ad uno ad uno, e piuttosto presto nella vita aveva cominciato a pensare che andasse fatto qualcosa per loro. E loro erano lì, accanto a lui, forti di quell’essenza semplificata, più intensa, di quell’assenza consapevole, di quella pazienza eloquente, così corporei e presenti che pareva avessero soltanto perduto l’uso della parola».
In questo mirabile racconto riaffiora qualcosa che per l’umanità preistorica fu la prima evidenza e per noi è diventato un’eccentricità: il culto dei morti. Soltanto Henry James poteva toccare questo tema involgendolo in un viluppo romanzesco – e di una specie del romanzesco che sino a lui era sfuggita alla presa della letteratura.

Autore: James Henry

Editore: Adelphi

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Recensione

Una strana tendenza, quella di George Stransom, protagonista de L’altare dei morti di Henry James: ha un rapporto viscerale con i suoi morti, con l’amata moglie in particolare (“Mary Antrim non era l’unico fantasma della sua vita”), vive con loro nella quotidianità (“E loro erano lì, accanto a lui, forti di quell’essenza semplificata, più intensa, di quell’assenza consapevole, di quella pazienza eloquente, così corporei e presenti che pareva avessero soltanto perduto l’uso della parola”) e non tollera la tendenza che altri hanno di rifarsi una vita quando il coniuge muore. Come è accaduto alla defunta signora Creston, tradita da “l’uomo al quale aveva consacrato la sua vita e per il quale vi aveva rinunciato, morendo nel dargli un figlio…”

Naturale per quest’uomo, dunque, frequentare assiduamente una chiesa, ove ha realizzato un altare che gli consente di alimentare il culto dei defunti, in un rapporto intenso e bidirezionale.
E lì, al cospetto dell’altare dei morti, il nostro eroe conosce una donna che sembra avere i suoi stessi funerei gusti. Come talvolta accade, l’affinità conduce dritta dritta alla frequentazione (“Stavano invecchiando insieme nell’ottemperanza del loro rituale”). E così George scopre che la donna coltiva sì la stessa passione, ma al singolare: perché i suoi riti hanno un unico destinatario, l’amante che – guarda caso! – è stato in vita un antagonista di George (“Acton Hague era morto… di una malattia causata dal morso di un serpente velenoso”).

In L’altare dei morti scopriamo un Henry James sempre attratto dagli enigmi ultraterreni, questa volta esplorati in dimensione mistica e spirituale, con un gusto spiccato per le atmosfere ieratiche e misteriche.

Bruno Elpis