Le canzoni di Narayama

Autore: Fukazawa Scichirō

Editore: Einaudi

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

“Le canzoni di Narayama” di Scichirō Fukazawa sono proverbi musicali  nei quali si addensa la tradizione buddista (“La festa di Narayama veniva a cadere proprio alla viglia del Bon”) di un paesino molto povero del Giappone, ove le case hanno un nome; la Casa del ceppo (di O Rin), la Casa del Soldo, la Casa del pino bruciato, la Casa che piove, la Casa davanti lo stagno…
Ma “Le canzoni di Narayama” sono anche uno strumento nelle mani dei paesani per divertirsi o per irridere la gente (“In fatto di canzoni, quella che dice «Dalle castagne cadute germogliano i fiori» era l’unica della festa di Narayama; ma la gente del villaggio inventava strofette comiche sullo stesso motivo e così c’era una quantità di canzoni”).

La storia ruota intorno alla figura della vecchia O Rin che, giunta alla soglia dei settant’anni, non vede l’ora di “andare a Narayama” (“Arrivati all’età di settant’anni, si va al pellegrinaggio di Narayama”, la montagna delle querce), ossia di compiere il pellegrinaggio rituale (“A Narayama abitava un Dio”) che deve rispettare regole ben precise e scaramantiche (“La tradizione diceva che se nevica il giorno nel quale si va a Narayama… la.. sorte è buona”).
Dopo essersi preoccupata di procurare moglie (“Il messaggero era venuto ad annunciare che una donna era rimasta vedova”) al figlio vedovo (“La moglie di Tappei, suo unico figlio, era caduta in fondo a un burrone andando a raccogliere le castagne, l’anno prima, ed era morta”) e dopo il confronto generazionale con la nuova nuora Tama-yan e con Matsu-yan, la moglie dell’irriverente nipote Kesakichi (“Stava cantando la canzone dei denti del diavolo”), si svolge finalmente la cerimonia domestica nel corso della quale coloro che già sono andati a Narayama svelano le regole alle quali attenersi durante il viaggio.
Il giorno dopo la veglia, la vecchia silenziosamente s’incammina verso la montagna, accompagnata dal figlio. Ben presto il paesaggio assume tonalità sinistre nel contrasto tra le ossa bianche che sono disseminate lungo il cammino, la neve che comincia a cadere realizzando il buon auspicio e i corvi neri (“Man mano che saliva, i corvi diventavano più numerosi”), signori incontrastati del luogo.

Il finale è agghiacciante (“Ad ogni roccia c’era un cadavere”) ed è uno squarcio sul cosiddetto Ubasute, una pratica che sembra accomunare – mutatis mutandis – questa tradizione giapponese alla crudeltà degli antichi spartani.

Le ottanta pagine di quest’opera sono un varco per il lettore occidentale che desideri assaporare le sensazioni nuove, celate dietro gli ideogrammi di una cultura così affascinante anche nelle manifestazioni che ai nostri occhi possono apparire ciniche e, per certi versi, incomprensibili.

Bruno Elpis