Le notte sembravano di luna

Descrizione

Caterina Guerra ha dieci anni e un sogno: correre in bicicletta come i campioni del Giro. Vive nell’Italia del boom, in una piccola città della pianura vicino a un fiume. Ma lei non sa che in quel periodo per le donne è quasi impossibile diventare corridori. O forse preferisce ignorarlo, perché solo in sella si sente davvero felice. L’appartamento in cui abita, angusto e periferico, è aperto su cortili, cantine, orti e strade che portano al fiume e che rappresentano le sue vie di fuga. Di fronte alla casa c’è la fabbrica dove suo padre lavora come caporeparto: un lavoro di cui è orgoglioso ma che non lo rallegra. La sera Caterina lo vede mentre si sfoga, da uomo silenziosamente fantasioso qual è, facendo solitari comizi dal balcone di casa. Nemmeno l’ambiente famigliare sembra rasserenarlo, soprattutto a causa della moglie: bella, inquieta, ambiziosa, eccessiva in tutto. La vita della bambina e della sua famiglia continua apparentemente sempre uguale fino a che, nell’estate del 1964, un evento interrompe quel mondo prodigioso e a tratti anche crudele, insieme al sogno di Caterina di diventare corridore… “Le notti sembravano di luna” è la storia di un’infanzia, raccontata con le parole e l’energia di quel tempo della vita; un romanzo che con tratti sapienti esercita una puntigliosa e impertinente anatomia di un mondo senza mai rinunciare all’immaginario e alle suggestioni della favola.

Autore: Bosio Laura

Editore: Longanesi

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Caterina, segreta principessa, sfrecciava sulla bicicletta lungo i viali-corridoio e le piazze-anticamera facendo gimcane intorno agli alberi come aveva fatto con il triciclo intorno alle gambe del tavolo, nell’appartamento di periferia, tre camere e servizi, dove era costretta a vivere in una specie di confino dentro il suo stesso palazzo. Seduta sulla sella in posizione aerodinamica oppure in piedi sui pedali, il manubrio ben stretto, correva per la città-castello, con o senza permesso, attenta a ogni pietra, a ogni tombino, a ogni vetrina, finestra e tetto di quel palazzo dalle tante facce, buffe, altezzose, terribili, tristi, di marmo, di mattoni, di edera, orgogliosa delle sue gambe. Gambe lisce, sode, sottili e senza peli. Gambe da corridore. Il corridore che voleva diventare”.

La grandezza del romanzo di Laura Bosio sta nelle atmosfere.
L’autrice riesce a farci vivere (o rivivere) l’Italia degli anni Sessanta attraverso gli oggetti e i sogni delle persone comuni. I colori e le emozioni diventano elementi imprescindibili di una storia che è costruita sui dettagli più che sulla trama.
La visione infantile della protagonista viene rivisitata da una coscienza adulta, un Io narrante che si rivolge a un misterioso interlocutore, alternando momenti di commozione a parentesi di tenerezza.

La bicicletta di Caterina è una Chiorda argentata, non somiglia a quella dei corridori veri, leggera, con la canna e il manubrio curvo, ma è comunque in grado di trasportarla lontano da tutto ciò che non va, soprattutto dalle carezze mancate di una madre vittima della propria severità e delle proprie frustrazioni.

Per un «bella» detto da Adele Caterina sarebbe stata disposta a tutto, qualsiasi cosa, forse anche smettere di sognarsi corridore.

Corre, Caterina, corre lungo il fiume che è il grande amore della sua vita, insieme alla bicicletta che è la sua passione, “ la follia solitaria, la fatica fisica che le dava l’ebbrezza e la faceva sentire invincibile”, e noi con lei dimentichiamo i confini in cui spesso la mente ci rinchiude, le amarezze che sviliscono gli entusiasmi.
La fabbrica e le strade di periferia la Bosio le descrive con una scrittura pacata e rispettosa, che non cerca approvazione né crea stupore, ma racconta con semplicità e arriva dritto al cuore.
Caterina cerca di capire il mondo che la circonda, una società che appare confusa, transitoria, in cerca di un’identità. Così osserva al di qua dei vetri il padre operaio che, dal balcone di casa, rivolge agli orti i suoi comizi intrisi di inquietudine e voglia di riscatto, trovando conforto e sfogo nel vuoto e nel silenzio.
Questi tra i passi più riusciti, a mio parere, così come le descrizioni delle ambizioni borghesi di Adele, perché tutto parte sempre dalla famiglia, primo nucleo di affetti e sentimenti, prima tessera che compone il mosaico di una vita.
Consigliato a chi non cerca emozioni artificiali ma vuole conoscere quelle altrui e rivivere le proprie.

Recensione di Marika Piscitelli