L’età fragile

Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, sia da genitori che da figli, quando dobbiamo ricostruire e quando non sappiamo nemmeno dove iniziare. Ma c’è un momento preciso, quando ci avventuriamo nel mondo, in cui siamo vulnerabili e il mondo non dovrebbe ferirci. Per questo Lucia, che trent’anni fa si è salvata per puro caso, ora scruta con preoccupazione il silenzio di sua figlia. Quella notte al Dente del Lupo c’erano tutti: i pastori dell’Appennino, i proprietari del campeggio, i cacciatori, i carabinieri. Tutti, tranne tre ragazze che non c’erano più.

Amanda prende per un soffio uno degli ultimi treni e torna a casa, in quel paese vicino a Pescara da cui era scappata. A sua madre basta uno sguardo per capire che qualcosa in lei si è spento: i primi tempi a Milano aveva le luci della città negli occhi, ora sembra voler solo scomparire, chiudendosi in camera e parlando poco. Lucia vorrebbe proteggerla da tutto, anche a costo di soffocarla, ma c’è un segreto che non può nasconderle. Sotto il Dente del Lupo, su un terreno di famiglia che ora attira gli speculatori edilizi, si vedono ancora i resti di un campeggio dove tanti anni prima è accaduto qualcosa di terribile. A volte il tempo decide di tornare indietro: sotto quella montagna che Lucia ha sempre cercato di dimenticare, tra i pascoli e i boschi della sua fragile età, tutti i fili si intrecciano. Stretta fra il vecchio padre così radicato nella terra e una figlia più cocciuta di lui, Lucia capisce che c’è una forza che la attraversa. Forse la nostra unica eredità sono le ferite.

Autore: Di Pietrantonio Donatella

Editore: Einaudi

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

I figli, ci sono tanti modi di perderli

Quando la cronaca nera registra gravi fatti di sangue, la curiosità pubblica è attratta morbosamente dal crimine commesso. Ma che ne è poi dei protagonisti, dei loro familiari e dei luoghi (“Amanda mi ha chiesto perché si chiama Dente di Lupo”) che sono stati teatro di tanta ferocia?

Nel 1997 un delitto efferato, compiuto in Abruzzo sul monte Morrone da un pastore macedone, scosse le coscienze: a questo fatto si ispira esplicitamente L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, romanzo vincitore del premio Strega (ha così bissato la vittoria allo Strega giovani) che intreccia l’incredibile storia delle sfortunate vittime al complesso rapporto tra Amanda (la figlia), la narratrice Lucia (la mamma) e il nonno (“Partiamo, tre generazioni verso l’antica proprietà di famiglia”).

Lo stile essenziale e chirurgico, a tratti incalzante, di Donatella Pietrantonio scava nelle complessità intergenerazionali (“I figli, ci sono tanti modi di perderli”), disegnando le difficoltà psicologiche e identitarie dei giovani nell’epoca post covid, le apprensioni degli adulti (“Ma la mia sta male e io ancora non so cos’ha, non so come aiutarla”) nell’affrontare l’enigma di figli a volte impenetrabili (“Oggi ho origliato la conversazione di Amanda, l’altro giorno le ho guardato il telefono”), le resistenze degli anziani che mal si adattano all’evoluzione dei tempi.

Tornando alla domanda iniziale – che ne è di un luogo ove si è consumato un atroce delitto? – è mai possibile che l’incoscienza e la purezza della natura (“L’acqua della montagna di rimette al mondo”) possano avere una funzione catartica nel ricucire i conflitti tra generazioni (“Quel posto il nonno l’ha dato a te, mamma. Sei tu che devi proteggerlo. – Mi arriva calda, ora. È così lontana l’ultima volta che mi ha chiamato mamma”), nel riscattare il luogo stesso dall’aura maledetta e nell’emendare le ferite di chi ha patito le conseguenze di un delitto?

La risposta a questi interrogativi, forse, si trova nel romanzo…

Recensione di Bruno Elpis