Lettera a un bambino mai nato

Descrizione

Il libro è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età né l’indirizzo: l’unico riferimento che ci viene dato per immaginarla è che vive nel nostro tempo, sola, indipendente e lavora. Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e si pone l’interrogativo angoscioso: basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Piacerà nascere a lui? Nel tentativo di avere una risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, l’amore una parola dal significato non chiaro.

La maternità dev’essere una scelta consapevole. É questo l’unico messaggio dell’autrice.

Oriana Fallaci non prende posizione sull’aborto, ma svela i dubbi di una donna che ha appena scoperto di essere incinta e che si chiede cosa sia giusto fare. Una donna sola, di cui non conosciamo il nome, che lavora e ha una sua indipendenza economica.
“Lettera a un bambino mai nato” è un monologo tenero, appassionato ma anche crudele, perché ogni mamma è innanzitutto una donna, e l’amore è anche sacrificio.

Scandalo tra i benpensanti, dunque: la scrittrice è stata demonizzata per aver espresso pensieri cinici e femministi.
In realtà, la domanda che si pone è profondamente umana e più che lecita: chi siamo noi per costringere qualcuno alla vita? Se consideriamo le brutture del mondo e i dolori che esso ci riserva, la decisione di dare alla luce un figlio può anche essere vista come un atto di egoismo, il desiderio disperato di dare un senso alla propria esistenza.

E poi c’è una persona già fatta, la madre, che deve piegarsi a tante rinunce, mettere da parte sogni e libertà per un esserino che potrà anche rivelarsi un balordo o un inetto. Cosa fare, dunque? L’alternativa è il vuoto, il silenzio, il niente…
Allo stesso tempo, nonostante le difficoltà che ci costringe ad affrontare, la vita sa anche essere meravigliosa e regalare momenti che la rendono degna di essere vissuta… E racchiudere una nuova persona dentro di sé è un privilegio e un dono, oltre che una responsabilità. Non tutte le donne godono di questa fortuna, di questo potere… Cosa fare, dunque? Cosa fare?

I dilemmi e gli interrogativi della protagonista non possono non turbare anche i più convinti assertori dell’una o dell’altra tesi sull’aborto.
La donna si rivolge allo stesso bambino per avere delle risposte, gli parla con sincerità estrema, gli racconta cosa c’è al di là del suo nido sicuro e gli rivela le sue paure.
Alla fine sarà proprio il bambino a decidere, e la donna verrà processata dinanzi ad una giuria immaginaria composta da sette personaggi in vario modo coinvolti nella vicenda.
Il verdetto? Drammatico…

Io ti dicevo all’inizio che nulla è peggiore del nulla, che il dolore non deve incuter spavento, nemmeno morire perché se uno muore vuol dire che è nato, ti dicevo che nascere merita sempre, visto che l’alternativa è il vuoto e il silenzio. Ma era giusto, bambino? È giusto che tu nasca per morire sotto una bomba o il fucile di un sergente peloso cui hai rubato per fame una razione di rancio?

V’è un che di glorioso nel chiudere dentro il proprio corpo un’altra vita, nel sapersi due anziché uno. A momenti ti invade addirittura un senso di trionfo e, nella serenità che accompagna il trionfo, niente ti preoccupa: né il dolore fisico che dovrai affrontare, né il lavoro che dovrai sacrificare, né la libertà che dovrai perdere

Appena affermi qualcosa, ne vedi il contrario. E magari ti accorgi che il contrario è valido quanto ciò che affermavi. Il mio ragionamento di oggi potrebb’ essere rovesciato così, con uno schiocco di dita. Infatti ecco: mi sento già confusa, disorientata

Recensione  di Marika Piscitelli