Lezioni americane

Nate come testi per un ciclo di conferenze da tenere ad Harvard queste lezioni costituiscono l’ultimo insegnamento di un grande maestro: una severa disciplina della mente, temperata dall’ironia e dalla consapevolezza di non poter giungere ad una conoscenza assoluta.

Autore: Calvino Italo

Editore: Mondadori

Autore della recensione: Daniele Pitzalis

 

Recensione

Intervistatore: Nel recente passato della letteratura italiana un posto significativo è occupato dalle Lezioni americane di Italo Calvino. Lezioni che costituiscono sei proposte per il nuovo millennio. (A.A. Rosa La lezione di Calvino, http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=342)

[…] Calvino pensava evidentemente o perlomeno sperava di aver tratto, dalla riflessione su questo periodo così lungo della storia letteraria europea del passato, alcune indicazioni valide per il futuro. Sarei veramente lieto personalmente se fossi in grado di dire e di sostenere che quelle indicazioni appaiono in grado di funzionare per il futuro, così come Calvino si proponeva che accadesse, ma al contrario temo di dover dire che di quell’opera la parte più consistente è proprio quella che riguarda lo sguardo nostalgico rivolto al passato, il passato in cui si compendia quel millennio (dice Calvino nella prefazione) in cui al centro della elaborazione intellettuale e culturale c’è stata questa cosa straordinaria, ma anch’essa pereunte, come tanti oggetti e prodotti della invenzione intellettuale umana, che è il libro. Io penso che tra le prospettive calviniane e la realtà della ricerca intellettuale letteraria oggi si sia aperto in realtà un abisso che ancora non si vede come possa essere colmato

Apro questo mio articolo prendendo spunto dal sopra citato articolo del Prof. Alberto Asor Rosa,  il quale, credo, non leggerá mai il mio commento alla sua intervista. Quando Calvino venne invitato  a tenere una serie di conferenze, le Charles Eliot Norton Lectures per l’anno accademico 1985-86 presso l’Universitá di Harvard – primo italiano ad essere invitato, e finora l’ultimo – la fine del millennio era ancora lontana. Nonostante l’iniziale riluttanza, accettò la proposta e queste lezioni si trasformarono per lui in una vera e propria ossessione, come ricorda la moglie. Ma esse non vennero mai tenute, per via della morte prematura dello scrittore.

Delle sei lezioni che Calvino doveva preparare, solo cinque sono state ultimate, mentre la sesta é stata completata sugli appunti che egli aveva preparato.

Diversamente da quanto sostiene Asor Rosa, credo che, piú che proporre un modello della letteratura nel futuro, Calvino stesse parlando di se stesso, e che in quelle lezioni avesse condensato l’esperienza dei  suoi quasi quarant’anni di scrittore.
Scorrendo l’indice dei capitoli del libro – ancora prima di leggerlo – per una persona che abbia familiaritá con l’opera di Calvino, é possible comprendere che quelle lezioni parlano del suo modo di scrivere. Leggerezza e Rapiditá, solo per citarne due, sono alcune delle caratteristiche tipiche della scrittura di Calvino. Egli stesso, nella prima delle due lezioni citate, scusate il gioco di parole, cita se stesso, prendendo ad esempio un brano de Il barone rampante. Per quanto riguarda la seconda lezione, credo – augurandomi di non interpretare male il pensiero dell’autore – che tale peculiaritá sia ravvisabile in tutte le sue opere. Calvino ha sempre avuto una certa difficoltá nello scrivere libri lunghi. La rapiditá, secondo il mio punto di vista, riguarda la possibilitá di poter leggere un libro tutto d’un fiato, senza che la tensione cali, caratteristica che al giorno d’oggi, vista la frenesia degli impegni e il poco tempo a disposizione, mi sembra sia fondamentantale in un libro ben riuscito. Tuttavia, come per tutti I grandi della letteratura, Calvino non sembra aver fatto scuola, forse perché con queste lezioni non pensava affatto di stilare delle regole valide per altri, ma semplicemente stava tirando le somme del suo operato.

Recensione di Daniele Pitzalis