Limonov

Descrizione

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero. Io lo conosco. È stato teppista in Ucraina; idolo dell’underground sovietico sotto Breznev; barbone, poi domestico di un miliardario a Manhattan; scrittore alla moda a Parigi; soldato perduto nelle guerre dei Balcani; e adesso, in quell’immenso bordello che è il postcomunismo in Russia, anziano capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui vede se stesso come un eroe, altri possono giudicarlo un farabutto: io sospendo il giudizio”. Così l’autore presenta il suo protagonista e il modo in cui lo ha affrontato. E aggiunge: “La sua è una vita pericolosa, ambigua: un vero romanzo di avventure”. Carrère riesce a fare di Eduard Limonov un personaggio indimenticabile: a volte commovente, a volte ripugnante, a volte paradossalmente simpatico. Ma mai banale. Che si prostituisca nei quartieri malfamati di New York o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti intellettuali parigini, che si goda una condanna al carcere per terrorismo o si candidi alla presidenza della Repubblica, che singhiozzi per l’abbandono di una donna o sogni la rivoluzione, Limonov vive ognuna delle sue avventure fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che incutono rispetto. Attraversando questa esistenza oltraggiosa, Emmanuel Carrère vi si immerge e vi si rispecchia.

Autore: Carrère Emmanuel

Editore: Adelphi

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Nel ritratto di Carrère, Limonov è un uomo complesso e ricco di contraddizioni, tronfio e temerario nel suo ruolo di soldato o di scrittore salottiero, commovente e a tratti addirittura pietoso nella variegata ma frustrante dimensione sentimentale.

Una vita così avventurosa ed eccitante da sembrare inventata. Invece, sia pur romanzando le esperienze di Limonov, nella sua biografia che è anche un’inchiesta, Carrère ha voluto sostanzialmente rispettare la verità dei fatti, raccontando e facendoci riscoprire decenni di storia russa e non solo.

Eduard nasce il 2 febbraio 1943, venti giorni prima della capitolazione della sesta armata tedesca e del rovesciamento delle sorti della guerra. Gli ripeteranno che è un figlio della vittoria e che sarebbe nato in un mondo di schiavi se gli uomini e le donne del suo popolo non avessero sacrificato la vita per non abbandonare al nemico la città che portava il nome di Stalin“.

Lascia la scuola per fare l’operaio, finisce in un ospedale psichiatrico, viene fregiato del titolo di poeta, conduce una vita da bohèmien a Char’kov.

Se Anna è “una donna imponente, con i capelli già grigi, un bel volto tragico e un culo enorme“, Tanja, vent’anni, ha “il corpo esile da ragazza ricca, la pelle incredibilmente liscia, senza una sola protuberanza, senza una chiazza rossa, senza una piega. È quello che ha sognato per tutta la vita, ma non era sicuro che esistesse“.

Barbone a New York, nell’autunno del 1980 esce “Io, Edička“.

“Aveva evitato per un soffio la povertà e l’anonimato” e i primi anni del soggiorno parigino sono tra i più felici della sua vita.

Fondatore del “Limonka” (granata, “nel senso di bomba a mano”) e del Partito nazionalbolscevico, è “tra gli eroi che hanno difeso la Casa Bianca dai carri armati di El’cin” e va a combattere in Krajina. Poi, finito il tempo delle battaglie periferiche, torna a Mosca.

Prigioniero a Lefortovo e a Saratov, quindi nel campo di lavoro di Engel’s, Limonov è uscito da quattro anni quando Carrère scrive il suo articolo su di lui.

Rispetto al passato aveva meno l’aspetto di un rocker e più quello di un intellettuale, ma era sempre circondato dalla stessa aura, imperiosa, energica, percettibile anche a cento metri di distanza“.

L’indagine non è semplice; lo stesso Carrère fatica a conciliare le diverse sfaccettature della personalità di Limonov, i differenti aspetti della sua vita e della sua azione politica.

Non mi raccapezzavo. Il suo caso mi sembrava passato in giudicato, senza appello: Limonov era uno sporco fascista, a capo di una milizia di skinhead. E invece adesso una donna che dalla sua morte era considerata una santa (cfr. la giornalista Anna Politkovskaja, uccisa il 7 ottobre 2006) parlava di lui, e dei suoi, come di eroi della lotta democratica in Russia“.

Dunque eroe o farabutto?

“… non credo che Eduard sia né un vigliacco né un bugiardo – ma chi può dirlo?“.

Recensione di Marika Piscitelli