Lo scalpellino

Descrizione

Al largo di Fjällbacka, nella nassa di un pescatore a caccia di aragoste rimane impigliato il corpo senza vita di una bambina. Mentre Erica, mamma da poche settimane, è assorbita da una neonata che tutto le offre fuorché le “gioie deliranti della maternità” che si aspettava, Patrik guida le indagini. Ma chi può aver voluto la morte della piccola Sara? Il paese è alla ricerca di un capro espiatorio, la gente bisbiglia, i conflitti nutriti negli anni si fanno più aspri: dentro le case dalle facciate perfette affiorano drammi famigliari che il tempo non ha saputo placare.

Autore: Läckberg Camilla

Editore: Feltrinelli

Autore della recensione: Stefano Costa

 

Recensione

Lo esplicito subito cosicché non andiate a stanare alcun proposito contraddittorio o forzato in queste righe, in queste parole: non sono un amante del thriller. Terminata la lettura di Lo scalpellino, ultimo della Läckberg, regina del “gialloSvezia”(edito da Marsilio), ho lasciato trascorrere alcuni giorni prima di scriverne. Ho agito in questo modo per cercare di dare la risposta più coerente alla domanda: Cosa può lasciarmi di significativo questo thriller, cosa può lasciare a me che non sono un amante del genere?

Era una domanda che mi giungeva in maniera così sfacciata che realizzai che per rispondere dovevo attendere, lasciando che la trama, il mistero e i colpi di scena di cui sono imbevute le pagine si sciogliessero. Dovevo dimenticarli. Poi ho capito, come si capiscono le cose quando le si guarda da quel minimo di distanza.

È un testo che offre un mistero parcellizzato nella vasta coralità dei personaggi, un testo figliato, un testo in cui le innumerevoli sfumature della maternità, dell’essere genitori – anche quelle peggiori, anche quelle più insignificanti e neutre – arrancano in una quotidianità che definirei traslata neanche sul piano della finzione, bensì su quello dell’iperrealismo, sono conflitti moglie/marito, madre/figlia, amante/amante, padre/figlio, è un dedalo di tentativi in cui l’essere umano può perdersi credendo, così facendo, di sbarazzarsi del legame familiare.

Dimenticavo, la trama. Certo, la trama. Lo spunto narrativo è quello di cui leggiamo anche sulla bandella: una bambina viene trovata morta in mare da un pescatore. Mentre il fatto sembra assumere le sembianze della disgrazia casuale, le autorità dirottano le indagini su un possibile assassino: la scientifica stabilisce che la bimba è morta sì per annegamento, ma in una vasca da bagno. Nei suoi polmoni, tracce di sapone. Si cerca il colpevole.

Da qui una lunga narrazione bifronte che si dipana su due piani temporali diversi, il primo è quello della contemporaneità, il secondo quello che segue vicende che si dipanano dai lontani anni Venti. Questi due cordoni narrativi si uniranno, ma il lettore capisce già che sono parti inscindibili di un unico dramma.

Una narrazione serrata in brevi scene, una narrazione che scivola veloce grazie a uno stile non ricercato, in traduzione, uno stile che vuole lasciare il giusto spazio alla vicenda, senza soverchiare il dispiegarsi degli eventi. Uno stile certo non impeccabile. Uno stile efficace.

Un polizziotto, Patrik, investiga rimanendo invischiato nello smalto ingrommato dei pavimenti di case in cui crescono neonati. Li ama, i neonati. Ha una bimba, darebbe la vita per difenderla, dovrà difenderla.

La storia non risparmia anche riflessioni sulla malattia, vissuta nel rapporto tra il ragazzo autistico, Morgan Wiberg, e sua madre. Un rapporto intenso, corrosivo, creaturale.

E poi tentativi di spaventare madri, madri che vengono picchiate dai loro conviventi, madri sole mentre i mariti lavorano, madri che asciugano i volti rigati di lacrime dei loro figli in fasce, pomeriggi in cui donne si guardano negli occhi sostenendosi a vicenda nei drammi, donne che sorreggono famiglie, donne che sfasciano famiglie e coscienze, madri che sorridono, madri che si abbracciano, che ringraziano Dio, puttane che ignorano i propri figli, madri che sbranano infanti, amiche che telefonano ai propri amici uomini per farsi aiutare, donne che crescono i figli delle proprie vicine di casa, madri snaturate, coetanee sedute a un tavolo mentre fuori piove, madri abbracciate ai padri dei propri figli, donne che uccidono i loro persecutori, prostitute d’alto bordo coi piedi nel fango, padri che si suicidano per non aver saputo garantire un futuro ai figli, e poi semplicemente nonne, zie, amiche, sorelle, amanti, ragazze, bambine.

Mani che strappano neonati ad altre mani.

Questo m’è rimasto e non è stato poco.

Recensione di Stefano Costa