Lo spazio bianco

Descrizione

Maria ha superato da poco i quarant’anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l’oblò dell’incubatrice Maria osserva le ore passare su quel piccolo corpo come una sequenza di possibilità. Niente è piú come prima: si ritrova in un mondo strano di medicine, donne accoltellate, attese insensate sui divanetti della sala d’aspetto, la speranza di portare sua figlia fuori da lì. Nei giorni si susseguono le mense con gli studenti di medicina, il dialogo muto con i macchinari e soprattutto il suo lavoro: una scuola serale dove camionisti faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media. La circonda e la tiene in vita un mondo pericolante: quello napoletano, dove la tragedia quotidiana si intreccia con la farsa, un mondo in cui il degrado locale è solo la lente d’ingrandimento di quello nazionale.

Autore: Parrella Valeria

Editore: Einaudi

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

Niente mi ha dato sicurezza nella vita come il maniglione di ferro che serra da cento anni la porta d’ingresso, niente è stato più completo e libero della mia solitudine nella mia casa“.

Che cos’è quella sensazione che ti prende quando cerchi inutilmente di dare un nome a quello che senti, una voce al silenzio vuoto, una dimensione ad uno spazio…bianco? E’ questa una delle domande destinate a non trovare risposta in queste pagine.

Quando la vita sembra fermarsi attorno ad un evento che non avevi calcolato ciò che manca è la parola per spiegare. E’ quell’evento che sconvolge equilibri, dilata tempi e rimescola certezze in una dimensione nuova, angosciante, frustrante, come le domande senza risposta.

Lei lo sa?

Io so che tu sei uno stronzo perché fai domande stronze, che sei un arrogante perché parli di me senza parlare di te…che sei un guitto e la tua maschera è il tuo nome…che sei un codardo perché sai che io non mi alzerò da questo letto per darti una testata in bocca e lasciarti sul pavimento a sanguinare“.

La rabbia rimane soffocata nelle pieghe del tempo, resta a lacerarti il cuore quando vivi in un’attesa senza fine, che non sei pronto a sostenere. Tanto vale dirsele le cose, sapere che in fondo non c’è speranza: perché non si è stati preparati a sperare, ma solo ad aspettarsi il peggio. In fondo è più facile credere alle sconfitte perchè sono come le temiamo, cioè come le abbiamo immaginate.

Valeria Parrella ci conduce attraverso un viaggio tutto interiore, quello di una donna che non sa aspettare e non vuole farlo, neanche quando il destino – beffardo – la porta in una corsia d’ospedale ad attendere una risposta che tarda ad arrivare.

Nel reparto di terapia intensiva i minuti sono ore, le ore giorni, i giorni anni. E’ la dimensione temporale che ti costringe a lasciare da parte la vita. In un presente senza futuro, il passato è il luogo in cui trovare rifugio anche se le emozioni, momentaneamente accantonate, tornano a ferire. Ma quando il giorno tarda a finire, il tempo che è stato ha il suono onesto della graniglia napoletana sotto i tacchi, il silenzio delle stanze familiari, una dentro l’altra, il sapore rassicurante della quotidianità dei gesti e l’immagine di una città – Napoli – che è la stessa e c’è da sempre, “rimasta lì involontaria ed infame ad aspettare in ogni d’ora d’ospedale“.

Riscattato il passato, ogni cosa sembra riappropriarsi lentamente del suo significato e la vita – vista attraverso uno sguardo che si è fatto indulgente – viene riscritta a più mani affrancandosi da una solitudine non più necessaria.

E allora registrai un sentimento nuovo verso situazioni di questo genere, come uno scarto di livello tra tutto quello che mi era accaduto prima…e una percezione nuova delle cose, che si era formata a mia insaputa. Registrai un distacco, che non era una cosa brutta, anzi, era straordinaria: era solo che tutte le cose mi sembravano meno, ma veramente molto meno serie di prima“.

Recensione di Lucilla Parisi