L’orchessa

Oltre che una meravigliosa romanziera, Irène Némirovsky è stata una eccellente autrice di racconti: ne scrisse per tutta la vita – fino alla vigilia dell’arresto. D’altronde, fra i suoi modelli letterari c’erano stati Cechov e Maupassant, di cui Irène amava l’asciuttezza, il cinismo venato di pietà, la bravura nel delineare in poche pagine un intero mondo. Qualità che ritroviamo nei racconti riuniti in questo volume – nove narrazioni folgoranti in cui la Némirovsky affronta i temi che le sono cari: il destino di attesa che segna la vita di molte donne, la solitudine astiosa in cui invecchiano molte altre, gli oltraggi che il tempo infligge alla bellezza, la nostalgia del passato, il rapporto tra madri e figlie.

“L’orchessa” è una raccolta di nove racconti di Irène Némirovsky, prolifica scrittrice (Kiev, 1903 – Auschwitz 1942), vittima delle persecuzioni raziali all’età di trentanove anni.
Anche in questi racconti si materializza l’inquietudine femminile per il ruolo familiare e sociale della donna, che Irène visse in prima persona prima di precipitare nella spirale degli orrori nazisti.

Il primo racconto (“La commedia borghese”) condensa nella storia di Madeleine il ciclo tutto borghese di un percorso canonico tra tappe (fidanzamento-matrimonio-maternità-senescenza) disseminate di tradimenti e ipocrisie, nelle quali la donna assume il duplice ruolo di vittima e complice.

“Ida” rappresenta il dramma del tramonto  di una stella della rivista (“Perché è più facile cancellare le rughe che mascherare l’espressione lucida e stanca dello sguardo di una vecchia carica di esperienza”), al cospetto della rivale Cynthia, astro nascente nello spietato gioco delle rivalità femminili.

Con abilità descrittiva (“Nel cielo, un solitario bioccolo bianco, morbidamente attorcigliato, fluttuò per un istante prima di dissolversi nell’azzurro”) “Domenica” celebra la saga maschilista di Guillaume (“Aveva quarantacinque anni, l’età in cui un uomo è più vigoroso e più solido, ha i piedi ben piantati sulla terra e il suo sangue è ricco e generoso”) dinnanzi ai quesiti esistenziali (“La felicità… Sì, a vent’anni la felicità mi sembrava qualcos’altro, più terribile, più vasto, ma i desideri, meravigliosamente, si ridimensionano, diventano più accessibili a mano a mano che si avvicina la fine di tutti i desideri”) di una donna (“Che altro occorre a una donna che non ama l’amore?”) lacerata dall’indifferenza (“Come vorrei soffrire ancora”) e dal bovarismo (“Soffrire, disperarmi, aspettare qualcuno!”).

Dopo i racconti intitolati “L’inizio e la fine”, “Legami di sangue”, “La confidenza”, “La partenza per la festa” e “La confidente”, la raccolta è chiusa da “L’orchessa”, che dà il titolo all’antologia.
L’orchessa è una donna che “aveva gesti bruschi e decisi, e nella sua bruttezza c’era un che di aspro e vigoroso che mi affascinava”. Per le due figlie, la defunta Noelle Givre e  Edith de Lancy, “l’orchessa” nutre perniciose ambizioni di successo nel mondo dello spettacolo. Il nomignolo affibbiatole si rivela profetico, per il disastro che ne conseguirà: “Non c’è nulla di più pericoloso del desiderio insoddisfatto di una donna. Perché farà in modo che i suoi figli mangino a sazietà i frutti che a lei sono stati negati, e non importa se sono indigesti: li costringerà a inghiottire la buccia, la polpa, il nocciolo tutto, fino a soffocarli.”

Recensione di Bruno Elpis