L’ultimo arrivato

In un’epoca non troppo lontana ci si spostava dal Meridione al Nord in cerca di lavoro. E a lasciare case e famiglie non erano solo ragazzi e uomini pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini, spesso di meno di dieci anni di età, che partivano da soli, senza genitori e fratelli. Questo romanzo è la storia di uno di loro, Ninetto detto Pelleossa, che da bambino abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, “non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattro otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai la valigia e fuggi, punto e basta”. Ninetto a Milano scoprirà la vita, e se stesso, come può scoprire le cose un bambino che non capisce più se è “picciriddu” o adulto, e si trova lì nel mezzo, con gli occhi spalancati su un mondo nuovo e sorprendente e il cuore stretto dalla timidezza, dal timore, dall’emozione dell’ignoto.

Premio Campiello 2015

L’ultimo arrivato” di Marco Balzano è Ninetto, protagonista d’emigrazione infantile con un adulto compaesano nella Milano del miracolo economico (“Il lavoro, in quegli anni, e anche in quelli dopo, non mancava mai”).

Condannato dalla povertà (“Fino a nove anni ho vissuto di acciughe. Anzi di un’acciuga al giorno”) e da una situazione familiare disagiata (“Mamma mia stava ogni giorno più stordita”), Ninetto abbandona contro voglia San Cono (“Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese”), un paesino della Sicilia, dopo un inutile tentativo di aiutare i genitori (“Mio padre era diventato una corda di violino, tu lo pizzicavi e quello tirava mazzate”) con un’esperienza di lavoro minorile (“il lavoro di jurnataru”).
L’impatto con la metropoli è violento e s’imprime sulla sensibilità di un ragazzino che sognava di diventare poeta (da un dialogo con Titta, il compagno di cella: “Io da piccolo sognavo di presentare il festival di Sanremo e tu?… Io il poeta”) grazie alle sollecitazione dell’amato maestro elementare, Vincenzo.
Le esperienze lavorative si susseguono (“Contadino a San Cono, galoppino presso lavanderia di Milano che non c’è più, muratore in vari cantieri, per trentadue anni operaio presso Alfa Romeo… di Arese”) e una prematura storia d’amore viene coronata alla maniera meridionale: la fuitina con Maddalena (“Il treno che scende non è lo stesso che sale”).
Poi Ninetto commette un errore imperdonabile (“Non ci sono storie, a rovinarmi è sempre stata la gelosia. Fin da picciriddu”), che lo condanna prima al carcere (“Questa è la cella numero 44”), poi alla terapia psicologica (“I nonni possono riscattare coi nipoti gli errori fatti con i figli, vero dottoressa?”), infine ad atteggiamenti border line (“L’unica cosa che faccio è stare sulle panchine di Milano”) e alla rincorsa della perduta serenità familiare.

Il romanzo è emotivamente coinvolgente, sia per le dinamiche interiori che scatena sia per l’attenzione riservata a fenomeni sociali – mutatis mutandis – di drammatica attualità, quali l’emigrazione e il caporalato (“Per ottenere quel posto, poi, aveva dovuto pagare un caporale di cooperativa, tutti ladri approfittatori degli emigranti”).
Lo stile del milanese Marco Balzano (“Io a quelle parole mi gonfio tutto. Non come un pavone, proprio come una mongolfiera”) è credibilmente attagliato al profilo del protagonista (“Amici veri mi sa che si può essere solo da picciriddi, quando si è puliti dentro e non si fanno calcoli di interesse né altre oscenità”), siciliano, bambino prima, uomo semplice ma sensibile poi (“Pensavo che il signor Pascoli e gli altri poeti erano più fortunati perché riuscivano a innamorarsi anche della natura e non solo degli uomini”)…

Bruno Elpis