Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico

Pietro Malatesta, poliziotto ferrarese con un passato da teppista, che gira solo in bicicletta e che divide la casa con la madre, l’ex moglie, un figlio nullafacente e il Boy, il palestrato zero-cerebro che sta con la sua ex, è uno sbirro decisamente atipico, connotabile sulla falsa riga di tanti eroi del fumetto e della tv Anni ’70 (non per niente Malatesta ha come mito Starsky di Starsky & Hutch e si veste come lui). Le storie sono brevi, accattivanti, pienamente inserite nel genere ‘giallo di provincia’, e si snodano in una Ferrara multi-etnica, alle volte sporca e un po’ barbara, fatta di ultrà della Spal, bevute nei bar, adolescenti fancazzisti imitatori di mode, spaccio, colori politici che paiono mai sbiadire. Il volume si compone dei romanzi brevi: “Nero ferrarese”, “Il recinto delle capre” e “Il cinematografo”.

[vc_row][vc_column][vc_column_text]“- Allora? – chiese il ragazzo quando entrarono nella stanza degli interrogatori. – Chi è quello buono e chi è quello cattivo?

– Sei fortunato: siamo tutti e due sbirri buoni. Quelli cattivi sono di là dal vetro che ci stanno guardando – rispose Malatesta salutando con la mano la vetrata oscurante. Fortunatamente il commissario Polano era andato a prendersi un caffè e l’unico spettatore della scenetta fu Torelli della Volante che mormorò: – Che stronzo.”

Bastano poche pagine per affezionarsi a Pietro Malatesta, ispettore di polizia, giocatore sfrenato di FreeCell, ex ultrà della curva ovest della Spal, amante del cibo cinese e dei Clash, così come bastano poche pagine per innamorarsi alla follia della sua famiglia strampalata, composta dalla vecchia madre che coltiva marijuana in cortile, dal figlio Reinalter, filo-islamico e nullafacente, dalla ex moglie Loredana, dedita all’insegnamento dello yoga e dall’amante di lei, soprannominato il Boy, un culturista rozzo e, secondo l’ispettore, con poco senso estetico, visto l’odio da questi nutrito verso i suoi più grandi miti: Starsky e Hutch.

L’identità paradossale di Malatesta, sbirro anarchico, che trova ispirazione da pensatori come Bakunin, o da rivoluzionari come Gaetano Bresci, assume tuttavia un’immagine più reale grazie alla capacità dell’autore di immergerlo in una dimensione a noi famigliare, attraverso un sottile gioco di equilibri tra suspense e ritmi più allentati, che conferiscono al suo personaggio, così come a tutti gli altri, quella credibilità che permette al lettore di provare affezione per loro e per le loro storie.
La città di Ferrara, con la bellezza e la staticità delle sue mura e l’immobilità della popolazione, fa da sfondo perfetto alla sequenza di omicidi che costringono l’ispettore Malatesta a distogliersi dal torpore e “dall’attesa di essere sospeso”, per dedicarsi a ciò che più lo fa sentire in pace con se stesso, ovvero cercare di portare alla luce la verità, attraverso modalità che vanno spesso controcorrente e che rivendicano la propria indipendenza e libertà d’azione.
Compagno di indagini e unico collega con il quale Malatesta riesce ad andare d’accordo è il sovraintendente Gavino Appuntato, sardo verace:

Gavino Appuntato era un brav’uomo. I primi tempi Malatesta aveva pensato che Appuntato potesse diventare il suo Hutch per via dei capelli biondi, ma se già lui era un uomo poco attivo, Gavino Appuntato rasentava il trance catatonico.”

Nel primo romanzo della trilogia, Nero Ferrarese, l’ispettore Malatesta deve indagare su una serie di omicidi rivendicati da un sedicente gruppo che si rifà ai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Grazie alla propria caparbietà e all’aiuto della giovane e bella studentessa Gaia, l’ispettore riuscirà a risolvere il caso e a passare la tanto desiderata vacanza estiva nell’umida e assolata Tresigallo, nella bassa ferrarese.

Nel secondo romanzo, Il recinto delle capre, Malatesta si trova a dover indagare sulla morte di Cuccu da Masi Torello, amico di vecchia data, ex tossico, oggi guardiano di un museo di Arte Moderna, morto a causa di una dose di eroina tagliata male. L’intera vicenda è attraversata dal ricordo ancora vivo in Malatesta di un passato turbolento, caratterizzato da atti di teppismo, droghe e partite della Spal, ricordi che permetteranno all’ispettore di non fermarsi alle apparenze e di scavare nella vita dell’amico per cercare la verità sulla sua morte.

Ultimo romanzo della trilogia, Il cinematografo, narra del ritrovamento del corpo di una donna affetta da nanismo sul retro della multisala cinematografica CineBanana’s.
Le indagini sul presunto omicidio riportano in primo piano la “banlieue ferrarese”, imbruttita e soffocata dall’avvento del cinematografo, simbolo di una globalizzazione dai tratti devastanti.
Mazzoni, pur mantenendo la leggerezza narrativa che caratterizza l’intero romanzo, resa più accattivante da una sottile ironia di fondo, non si sottrae dal denunciare il moderno mutamento di prospettive e logiche imprenditoriali che si allontanano sempre più dal rispetto, oltre che dei diritti dei lavoratori, anche di un’idea estetica di affermazione di se stessi. I personaggi che ruotano attorno alla gestione del CineBanana’s, infatti, sono personaggi grotteschi, vestiti con abiti dozzinali e dalle espressioni volgari e volutamente caricaturali, che incarnano l’impersonalità e la mancanza di umanità tipica di questi non-luoghi, inquietanti nella loro ripetitività e ben predisposti ad un certo tipo di violenza tacitamente ammessa.
E’ in questo cupo contesto che una morte apparentemente accidentale si trasforma in una indagine di omicidio.

Lorenzo Mazzoni, creatore dell’ispettore Malatesta, ha collaborato, nella stesura della trilogia, con l’illustratore Andrea Amatucci, offrendo al lettore un succulento accompagnamento visivo alle vicende dello sbirro anarchico.

Recensione di Ivana Bagnardi

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