Il malinteso

«L’amore, mia cara, è un sentimento di lusso!»: questo cerca di spiegare una madre che ha molto vissuto (e che dalla vita ha imparato una grande lezione: «Dare pochissimo e pretendere ancora meno») alla figlia innamorata e infelice. Ma lei, Denise, non lo capisce: quando suo marito glielo ha presentato sulla spiaggia di Hendaye, Yves le è apparso come un giovanotto elegante, raffinato, di bell’aspetto; e poiché alloggiava nel suo stesso albergo, ha creduto che fosse ricco quanto l’uomo che ha sposato, e a cui la lega un affetto tiepido e un po’ annoiato. Poi il marito è stato richiamato a Londra da affari urgenti, e quelle giornate di settembre «piene e dorate» sono state come un sogno: la scoperta della reciproca attrazione, le passeggiate, le notti d’amore. Il ritorno a Parigi ha significato anche un brusco ritorno alla realtà: no, Yves non è ricco, tornato dal fronte si è reso conto di aver perduto tutto, ed è stato costretto (lui, cresciuto in un mondo in cui «c’erano ancora persone che potevano permettersi di non fare niente») a trovare un impiego che lo avvilisce e lo mortifica. In questa cronaca di un amore sghembo, in cui si fronteggiano due inconsapevoli egoismi, la giovanissima Irène Némirovsky sfodera già il suo sguardo acuminato e una perfetta padronanza della tecnica narrativa.

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Il malinteso, il primo romanzo di Irène Némirovsky, racconta l’adulterio di Denise Jessaint, parigina ben accasata con il ricco Jacques (“Il matrimonio, un vero matrimonio francese, d’amore e di convenienza, poi la maternità…”), con Yves Harteloup, giovane prestante con un passato di ricchezza e un presente da impiegato déclassé.

Nel romanzo è facile leggere l’atteggiamento della scrittrice nei confronti del “genere maschile” e la concezione che il maschio è irrazionale (“Brontolò con la mancanza di logica tipica degli uomini”), interessato soprattutto agli affari (“Lei aveva immaginato che si occupasse di affari, come Jacques e come la maggior parte degli uomini del suo ambiente, quegli affari di cui le donne non capiscono nulla, se non che si traducono in grosse somme…”), traditore e, per questo, da perdonare (“Mia madre… lo ha perdonato anche quella volta, una delle tante. Lo perdonava sempre: i suoi tradimenti erano quasi un’opera d’arte…”), spaventato dall’amore (“Perché non dite chiaro e tondo amore? Vi spaventa così tanto questa parola?”), materialista (“No, ho un’automobile… È meglio di una donna, però succhia altrettanto denaro…”).
Di fronte a tanti difetti, l’atteggiamento dell’autrice rimane contrastato: un “misto di estraneità e di superstizioso rispetto”, di fronte a “una volontà che si subisce senza capire, come la volontà di Dio”.

Nel corso del romanzo è possibile seguire l’evoluzione del sentimento che, nel più classico dei decorsi, sboccia in un luogo romantico (“Hendaye all’epoca in cui era un semplice borgo di pescatori e contrabbandieri…”), nella fase iniziale è carico di fremiti e poesia (“Quei fugaci e deliziosi momenti erano stati talmente simili a un sogno che ora Denise si chiedeva se li avesse davvero vissuti”), ben presto – nella quotidianità – si scontra con vincoli di ogni genere, regredisce e getta nel panico (“Amare e non essere amato,/essere a letto e non dormire,/aspettare e non veder arrivare/sono tre cose che fanno morire”), è incompatibile con le certezze (“…Trovava ogni sorta di pretesto per arrivare in ritardo, troppo sicuro della presenza di lei, della sua disponibilità, del suo amore”), diviene soffocante, a lungo andare richiede di essere tonificato da varianti e additivi. Che Denise intravede nel cugino Jean Paul: “E questo non solo la divertiva, ma dava a quei pomeriggi un sapore più intenso e più piccante.”
Un amore così concepito, naturalmente, è destinato a finire e, retrospettivamente, diviene “monotonia, noia, ansia, tristezza…” Un ”amore grigio e malinconico come una giornata d’autunno”. “Immagini sfocate e pallide, come morte”.
Poi interviene un ricordo: “Il suo dolce, imprevedibile sorriso…”
E una consapevolezza: “Io non lo sapevo che era quella, la felicità… E ora è finita…” 

La storia è un po’ lenta, minuziosa nelle descrizioni, poco votata all’azione. Un finto melodramma sotto il quale covano le ceneri di un fuoco che sta per esplodere.

Recensione di Bruno Elpis[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_separator][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column]

  • David Golder

    Descrizione

    «David Golder è un libro che gronda odio, soprattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso le forme infinite che il denaro può assumere. Oggi, non ci rendiamo conto di cosa sia stato il denaro nel diciannovesimo secolo, o nella prima parte del ventesimo: una fiamma ardentissima, una colata di sangue disseccata, sbarre d’oro sciolte e di nuovo pietrificate. Diventava eros, pensiero, sensazioni, sentimenti, fango, abisso, potere, violenza, furore, come nella Comédie humaine … David Golder è un libro durissimo e secchissimo, che incide di continuo terribili ritratti, che in parte ricordano la memorialistica e la tradizione aforistica francese». (Pietro Citati)

  • Il ballo

    Descrizione

    Con la naturalezza di un classico, Il ballo mescola i temi più ardui: la rivalità madre-figlia, l’ipocrisia sociale, le goffe vertigini della ricchezza improvvisata, le vendette smisurate dell’adolescenza” (Giuseppe Pontiggia). In poche pagine, con una scrittura scarna ed essenziale, Némirovsky riesce a raccontare un dramma dell’amore, del risentimento e dell’ambizione.

  • L’orchessa

    Oltre che una meravigliosa romanziera, Irène Némirovsky è stata una eccellente autrice di racconti: ne scrisse per tutta la vita – fino alla vigilia dell’arresto. D’altronde, fra i suoi modelli letterari c’erano stati Cechov e Maupassant, di cui Irène amava l’asciuttezza, il cinismo venato di pietà, la bravura nel delineare in poche pagine un intero mondo. Qualità che ritroviamo nei racconti riuniti in questo volume – nove narrazioni folgoranti in cui la Némirovsky affronta i temi che le sono cari: il destino di attesa che segna la vita di molte donne, la solitudine astiosa in cui invecchiano molte altre, gli oltraggi che il tempo infligge alla bellezza, la nostalgia del passato, il rapporto tra madri e figlie.

  • La preda

    Descrizione

    « La mia anima, come una nave nella burrasca, è trascinata verso ignoti abissi »: quando Jean-Luc Daguerne scoprirà dentro di sé «quel desiderio di tenerezza, quel disperato bisogno di amore » che ha sempre negato e represso, saprà anche che non riuscirà mai a soddisfarli. Lui, che per tutta la vita non ha sognato altro se non di « afferrare il mondo a piene mani », soprattutto quello vicino al potere, e che per riuscirci ha messo incinta la figlia di un ricco banchiere, costringendo così il padre a dargliela in moglie; lui, che ha accettato di essere umiliato, di mentire, di adulare, di fare il doppio gioco, che ha inaridito il proprio cuore perché potesse affrontare senza fremere «un mondo di imbroglioni e di sgualdrine»: ebbene, proprio lui si troverà di fronte all’impossibilità di farsi amare dall’unica creatura che abbia amato in vita sua, dall’unica donna nelle cui braccia abbia sentito riemergere in sé, fino a soffocarne, la sua fragilità di bambino. Allora non gli importerà più niente della sua carriera politica, né del successo tanto rabbiosamente cercato. E si chiederà che senso abbia avuto tutto quel lottare ansimante per sottrarsi a un destino di miseria, per intrufolarsi negli ambienti giusti, per avere in mano le carte vincenti. Alla fine, il patto faustiano si rivela una beffa, e il successo che, «da lontano, ha la bellezza del sogno, allorché si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino».

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