Mi avevano promesso il paradiso

A distanza di 32 anni da quel giorno, e dopo i processi che hanno visto il coinvolgimento di molti paesi (Polonia, Turchia, Bulgaria, Russia, Germania), finalmente Ali Agca vuota il sacco per dire quella verità che non è mai venuta fuori. Una rivelazione. E insieme ricostruire molte altri aspetti mai confessati o chiariti. Non è vero, per esempio, che Ali sparò solo due colpi per non uccidere il papa, la verità è che la pistola s’inceppò. L’autore, con l’aiuto di un giornalista che non ha voluto rendere pubblico il nome per paura di possibili ritorsioni e che ha potuto verificare l’attendibilità del racconto di Ali, rivela anche la sua vita di terrorista e di cecchino al servizio della causa islamica, fin dai tempi della sua adolescenza, in un crescendo fatto di fede disperata e voglia di riscatto. Il libro si legge come un romanzo, un memoir avvincente, e per questo si presta a una doppia lettura, in chiave giornalistica e narrativa, toccando tutti i punti che hanno reso l’attentato al papa, con il corollario della scomparsa di Emanuela Orlandi, uno dei gialli internazionali più clamorosi del secolo passato.

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Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

Sono cresciuto nell’odio. Nell’odio per l’Occidente, i cristiani, gli ebrei, gli Stati Uniti d’America. Sono cresciuto credendo che contasse soltanto imporsi, affermarsi, se necessario annientando i propri nemici. Nessuno mi ha mai detto che esisteva un’altra possibilità: porgere l’altra guancia, rispondere alla sete di potere e affermazione, di distruzione e odio, con la loro antitesi, l’amore. Sono passati parecchi anni dal 13 maggio 1981, giorno in cui ho sparato al Papa in piazza San Pietro. Trentadue per l’esattezza, trenta dei quali li ho trascorsi in carcere, fino al 2000 in Italia, a Roma, nelle prigioni di Rebibbia e Regina Coeli, poi ad Ascoli Piceno e ad Ancona. Nel 2000 ho ottenuto la grazia e, quindi, l’estradizione in Turchia. Ma anche lì ho dovuto saldare i conti con la giustizia, fino al 2010, l’anno della liberazione. Nel carcere di Istanbul ho scontato la pena per una sentenza del 1980 che mi riconosceva colpevole dell’assassinio di Abdi Pekçi, direttore del quotidiano liberale Milliyet , ucciso il 1° febbraio 1979. In realtà non ero stato io a sparare. Era stato il mio amico appartenente ai Lupi grigi, Oral Çelik. Io avevo fatto soltanto da palo.”

In questa frase è riassunto perfettamente tutto il testo scritto, o forse dettato, da Ali Ağca. Nonostante l’argomento sia importante e di spessore storico (il sottotitolo è La mia vita e la verità sull’attentato al papa), l’ex appartenente al gruppo destrorso-islamico dei Lupi Grigi forse avrebbe avuto bisogno di un aiuto di qualche giornalista per dare alla stampa un testo un po’ più significativo, meno ripetitivo e con un linguaggio più accattivante. Tante sono le ridondanze e le ovvietà che si potevano risparmiare al lettore.

Il libro verte su tre concetti fondamentali che come un’omelia poco riuscita o un loop salmodiato fino allo stremo vengono ripetuti continuamente: il povero Ali viene reclutato dai Lupi Grigi, Khomeini gli mostra la Via di Damasco che è rappresentata dall’attentato al papa, Ali capisce che sono stati tutti cattivi con lui, che il papa è buono e il cristianesimo la somma verità.

Il testo, se scritto meglio, sarebbe potuto risultare molto interessante, soprattutto la prima parte, quella che vede Ağca giovane sbalestrato nella Turchia degli anni ’70. L’arruolamento nei Lupi Grigi, i primi attentati, la descrizione delle metropoli anatoliche, i sentimenti di odio nei confronti delle forze di sinistra, i dettagli inerenti alla vita politica nazionale. Tutto viene risolto con una scrollata di spalle e con frasi ripetitive, come un mantra, che sembrano, fra le righe, chiedere il perdono per una vita sbandata e violenta. Pure l’attentato al papa, la sua preparazione, i complotti dei fantomatici servizi segreti bulgari, i movimenti di Ağca in Europa vengono relegati in secondo piano per dare spazio a follie deliranti che lasciano il tempo che trovano, inutili per uno studioso, uno storico o un giornalista che vogliano affrontare il testo in cerca di approfondimenti, inutili per un lettore comune, a meno che non si tratti di qualcuno interessato al mistero di Fatima e ad altre leggende rurali.

Recensione di Lucilla Parisi