Mia moglie e io

Un esordio potentissimo e atteso da molti noti scrittori della narrativa italiana contemporanea. Con il passo di una ballata, Mia moglie e io mette in scena un protagonista che fa i salti mortali affinché la mancanza di lavoro, e dunque di realizzazione personale, non lo annienti del tutto. Seguendo il ritmo di un montaggio alternato, il protagonista si inventa un mestiere e, con la moglie, mette in scena atti efferati. I due interpretano cadaveri, immaginando le loro storie, e girano cortometraggi che sperano possano dare loro, un giorno, una parossistica notorietà. A questa narrazione si unisce quella dei lavori che il protagonista svolge a tempo determinato: le esperienze da manovale, da commesso libraio e da orientatore. Lavori esercitati con sovrumano impegno e ossessiva epicità. La ballata incede con un registro umoristico: humor nero che informa e deforma. La danza si svolge tra il protagonista e la propria sconfitta, la depressione, che assume di volta in volta sembianze diverse fino a mostrare la sua vera identità ovvero quella di una donna con la quale il protagonista instaura un rapporto sensuale e perverso, di repulsione e attrazione. Il controcanto di una tale esistenziale lotta per la sopravvivenza è la dolcissima storia d’amore con la moglie del protagonista: la sua anima complementare. Speculativo lui, pragmatica lei; astrattamente furioso l’eroe, altrettanto dialogante l’amata: pur essendo precaria, insegnante di scuola media, dimostra al marito la possibilità di salvezza.

Autore: Garigliano Alessandro

Editore: Liber Aria

Autore della recensione: Alessandra Allegretti

 

Recensione

Mia Moglie e io di Alessandro Garigliano è un libro di grande attualità: un uomo senza nome e senza impiego cerca un lavoro. Fa molte esperienze e non pone condizioni perché da questo appiglio dipende la sua autostima. La bizzarra ricerca si rivela un fallimento.

Così egli si immagina regista di cortometraggi di morti violente e drammatiche. L’ambientazione è sempre la sua casa. Non è un caso che le finte uccisioni avvengano nel suo nido, perché in fondo a morire a poco a poco, ma inesorabilmente, è proprio lui, che parla spesso con la Morte e si lascia incantare dai suoi modi suadenti.

Lo osserviamo sempre più immobile, mentre a muoversi velocemente è la moglie, l’altro lato della medaglia, un’insegnante precaria presa da mille abitudini che commenta distratta la giornata passata a scuola.

I due universi sono contrapposti ma non si scontrano, si amano di un sentimento dolcissimo. Nella tragicità epica infatti spiccano righe dal romanticismo esasperato.

L’uomo la ama perché per lui è un’ancora di salvezza e rappresenta il bello e la morbidezza della vita.

“Poi stringevo il raggio, aggrappandomi al rotolo in piega lungo la pancia, pizzicando con le dita a tenaglia, in modo leggero per non correre il rischio di intaccarla con lividi che mi avrebbero fatto morire per il senso di colpa. Sprofondavo beato nella mia tenera moglie.”

L’intreccio è povero di azione e il punto di vista è quello del povero protagonista. Man mano che scorrono le pagine si entra sempre di più nei suoi pensieri stravaganti, tutto si ferma e non si può fare a meno di arrivare alla fine tutto d’un fiato.

Nella conclusione qualcosa ricorda il mondo visto con altri occhi, lasciando la scelta al protagonista.

Il lettore prima resta confuso, poi chiude il libro con lentezza, ricordando o scoprendo un dramma ormai troppo comune.

Recensione di Alessandra Allegretti