Nanà a Milano

Nell’ottobre del 1866, moriva in Milano di pneumonite il vedovo conte Guglielmo O’Stiary dopo una fiera malattia di cinque giorni. Lasciava un milione al suo unico figlio Enrico, di passa vent’anni, col patto espresso nel testamento, ch’egli non potesse andar in possesso assoluto e dispotico della sostanza se non compiuti i ventiquattro, come portava la legge che vigeva al tempo degli Austriaci.”

Il romanzo è ambientato nella Milano dell’Ottocento.

Nanà (proprio la Nanà di Emile Zolà – almeno così ci dice l’autore), dopo aver abbandonato Parigi ed aver passato un periodo a Firenze, decise infine di recarsi a Milano, con l’idea questa volta di lasciarsi dietro il passato e costruirsi una vita nuova, conoscere un uomo, tra i mille che come sempre l’avrebbero corteggiata, e sposarlo. Se poi quest’uomo fosse stato anche un nobile, tanto di guadagnato. Certamente a Nanà non sarebbe dispiaciuto esser chiamata contessa. Sicuramente però il suo marito ideale avrebbe dovuto essere benestante, anzi, ricco!
Il conte Enrico O’Stiary avrebbe certamente potuto essere un buon partito per Nanà, che era inconsapevole della clausola per cui Enrico non avrebbe ricevuto la sostanza del padre prima del compimento del ventiquattresimo anno di età, ed ignara, inoltre, che tra i diciotto (data del ritorno di Enrico a Milano) e i ventiquattro anni, Enrico aveva sperperato il patrimonio firmando cambiali a non finire per finanziare la sua costosa vita. Certamente le amicizie non lo avevano aiutato. Tornato a Milano dopo un lungo periodo nell’esercito, Enrico non avrebbe cercato la vita di lusso, se non vi si fosse trovato coinvolto per via del marchese Sappia (suo amico) che lo aveva introdotto negli ambienti che contano della città.
Come tutti gli uomini che lei incontrava, anche Enrico non poteva non innamorarsi di Nanà, seppur fosse sin da bambino promesso alla bella Elisa.
Un simpatico intreccio che definirei a lieto fine. Il linguaggio è ovviamente un po’ arcaico, ma vale comunque la pena riscoprire questo romanzo rimasto un po’ dimenticato. Come gli altri segnalati ultimamente, anche questo è disponibile on-line gratuitamente, essendo le opere dell’Arrighi nel pubblico dominio.
Recensione di Diego Manzetti