Notte inquieta

Descrizione

“In piena guerra nazista, un cappellano militare cammina nel vento e nel sole; lo aspetta una missione spinosa. Entro poche ore dovrà partire; gli hanno ordinato di assistere, in una città distante, un condannato a morte per diserzione. La notte trascorre tra la prigione, dove incontrerà il condannato, e la locanda, dove dividerà la stanza con un ufficiale in partenza per il fronte di Stalingrado. Nella minaccia oppressiva, nel freddo, nell’ingiustizia bruciante, si spalancano spazi di umanità caldissima e indimenticabile: l’ultimo incontro di due amanti, la storia del condannato a morte che emerge vivissima da documenti grigi, il colloquio con l’ufficiale che deve comandare il plotone d’esecuzione. E il volo finale, al ritorno, in un piccolo aereo che resiste alla tempesta. In poco più di cento pagine, la grandezza più pura della vita e del mondo.”

Autore: Goes Albrecht

Editore: Marcos y Marcos

Autore della recensione: Diego Manzetti

 

Recensione

Per tutto quel settembre non mi era mai stato possibile lasciare la città, eppure era stato un settembre bellissimo, caldo, un settembre che avrebbe potuto indurre un vecchio camminatore a lunghe passeggiate in aperta campagna. Ma si sa come va a finire; si era presi dal proprio servizio quotidiano, si andava avanti e indietro dall’ospedale alle caserme e agli alloggi militari dove, come cappellano, dovevo compiere le mie visite; e non si dimentichi il cimitero militare, che, allestito durante i brevi e violenti scontri intorno a Viniza nel luglio del ’41, quindici mesi più tardi si era terribilmente ampliato.

Il romanzo di Goes è ambientato nel corso di una notte dell’ottobre 1942. . Una notte silenziosa come tante, ma certamente inquieta per il cappellano militare convocato in caserma per assistere un condannato a morte e per quanti si trovavano a viverla con lui. Primo tra tutti il capitano Brentano, inviato al fronte dell’Est, che voleva trascorrere quella che probabilmente sarebbe stata l’ultima notte con la fidanzata, l’infermiera Melanie. Poi senza dubbio per il tenente Ernst, prescelto per dirigere l’esecuzione del condannato Baranowski, ignaro del rigetto della propria domanda di grazia. Personaggi umani, che vivono una guerra che non gli appartiene e che condividono una notte speciale, unica e certamente molto lunga.

In questa notte aleggiano i dubbi del tenente Ernst, incapace di comprendere la guerra in cui la Germania si è gettata:

“Va bene; fare del male per prevenire il Male: è questo che vuol dire? La missione della spada come missione dell’ordine. Ma quale ordine difendiamo con la nostra guerra? L’ordine dei cimiteri. E l’ultimo di quei cimiteri, il più grande di tutti, saremo noi a occuparlo. E se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto solo quello che ci è stato comandato. Mi pare già di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani. E’ questo che volevo domandarle: noi siamo davvero superiori a Kartuschke? Non siamo fosse anche più marci di loro perché sappiamo quello che facciamo?”

In questa notte gli innamorati Brentano e Melanie vivono le ultime ore, uniti, prima di dirsi addio.

In questa notte ciascuno vive la propria tragedia personale:

“Sulla seggiola c’è la candela e, accanto, l’orologio. Non mi azzardo a spegnere completamente la luce. Non posso addormentarmi. Nessuno può addormentarsi, di questi tempi. Questa è la guerra, la guerra di Hitler. Pensavo alle creature fraterne, agli amici, agli essere più cari, a tutti coloro che in quella notte erano in ascolto, a tutti coloro che sentivano pesare la stanchezza sulle palpebre e non potevano dormire. Talvolta accade, a coloro che si dicono addio, che uno dei due si addormenti e riposi in una calma profonda. E anche Baranowski starà dormendo, pensai, ignaro di tutto. Tempesta, immensa tempesta della notte, col tuo fragore furioso, scuoti pure le persiane, infuria contro di me, ma lascia che dormano ora coloro che vanno a morire!”

Ma la tragedia personale consente all’essere umano di crescere.

Goes ci rappresenta, tramite i suoi personaggi, il proprio pensiero sulla guerra. Una guerra combattuta da uomini crudeli, ma anche da persone umane, costrette a compiere azioni che mai altrimenti avrebbero compiuto. L’autore cerca quindi di trovare una giustificazione. Se, come dice il tenente Ernst, chi comprende la malvagità è più colpevole di chi la commette senza rendersene conto, quale apporto possono dare coloro che hanno ben chiaro il male che la guerra reca all’umanità?

“Prima lei mi ha chiesto in che cosa ci distinguiamo da Kartuschke e che cosa dobbiamo fare. Forse ci distinguiamo solo per il fatto che mai, in nessun momento, approviamo l’ingiustizia. E’ vero. Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. Anche Baranowski non è senza colpa e nessun cappellano inglese potrà sottrarsi dall’obbligo di accompagnare un disertore alla morte. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali verso quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.”

Il compito dei buoni è quindi quello di vigilare affinché il male non torni a prendere il sopravvento.

Sono ora passati molti anni da quando questo libro è stato scritto. Arriva un tempo in cui coloro che sono stati testimoni del male vengono a mancare, lasciando l’umanità in una nuova giovinezza, priva di esperienza. Resta però quanto i “buoni” ci hanno lasciato. Sta a noi che viviamo il presente, e a coloro che vivranno il futuro, tramandare il messaggio di chi ha testimoniato quanto crudele possa essere l’animo umano.

Albrecht Goes ci ha lasciato certamente un messaggio forte, nato dalla propria esperienza e volto a far sì che il male non torni a soggiogare il bene.

L’autore prestò realmente servizio come cappellano militare nel corso della seconda guerra mondiale. Scrisse questo libro nel 1950, pochi anni quindi dopo la conclusione di quella guerra che segnò indelebilmente il genere umano.

Questo libro è rimasto sconosciuto in Italia per decenni, fino a quando la casa editrice Marcos y Marcos lo ha pubblicato in lingua italiana. Consiglio a tutti di leggerlo e mi congratulo con l’editore per l’ottima scelta.

Recensione di Diego Manzetti