Non è un paese per vecchi

Nel 1980, nel Texas meridionale, al confine con il Messico, il giovane Llewelyn Moss, un reduce dal Vietnam, si imbatte, mentre sta cacciando antilopi nella prateria, in un convoglio di jeep colme di cadaveri, di droga e di soldi. Prende i soldi e decide di tenerseli, ma diventa subito la preda di una spietata partita di caccia: inseguito dai trafficanti, da uno sceriffo vecchia maniera, nonché dal solitario Chigurh, un assassino psicopatico munito di una pistola da mattatoio. Moss tenta disperatamente di sfuggire a un destino inevitabile, coinvolgendo per ingenuità la giovanissima moglie.

Autore: McCarthy Cormac

Editore: Einaudi

Autore della recensione: Michela Migliora

 

Recensione

Siamo in Texas, al confine con il Messico. Nel deserto si incrociano i destini di tre personaggi che, in piena tradizione western, si inseguono, fuggono e cercano di far rispettare ognuno la propria legge. All’orizzonte, il declino morale di una Grande Nazione e nell’aria un paio di domande. Cosa succede a un Paese quando i suoi valori cambiano? E come cambia la gente che, diventando vecchia in un paese che pretende di essere sempre uguale a se stesso ma di fatto non lo è, vede i propri valori andare a pezzi?

Non è un paese per vecchi (Einaudi) è il primo romanzo di Cormac McCarthy ambientato in epoca contemporanea, ma l’immaginario è ancora quello del grande racconto americano in cui si fronteggiano il buono, il cattivo e il povero diavolo.

Il “buono” di questa storia è una classica figura eroica d’oltreoceano, lo sceriffo Bell, che non è solo uomo di legge ma soprattutto dispensatore di saggezza e detentore dei buoni valori di una volta. I suoi soliloqui ci ricordano principalmente che il male esiste, il mondo sta andando a rotoli e Dio è troppo occupato per curarsene.

“Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe è messo molto peggio dì me”.

La malinconica ma pacifica vita di Bell viene interrotta dalla vicenda di Llewelyn Moss, un operaio locale che trova in pieno deserto una valigetta colma di soldi accompagnata da un certo quantitativo di morti ammazzati e decide di portarsela via, inanellando una serie di errori da principiante della fuga e condannandosi così a morte certa. A McCarthy non piace dare false speranze al lettore:

“Rimase seduto a guardare il denaro, poi richiuse la patta della cartella e abbassò la testa. Si vide passare davanti tutta la vita. Giorno dopo giorno dall’alba al tramonto fino alla morte. Tutta quanta, condensata in venti chili di carta dentro una borsa di cuoio.”

Tolto ogni dubbio sul finale, non resta che concentrarsi sulla durata della fuga di Moss e sul numero di danni collaterali che provocherà. Il demone inseguitore è Chigurh, un reduce del Vietnam psicopatico che ha trovato facilmente il suo posto in questo mondo di valori distorti.

“Non voltare gli occhi. Voglio che mi guardi in faccia.

L’uomo guardò Chigurh. Guardò la luce pallida del nuovo giorno che cominciava a spandersi dappertutto. Chigurh gli sparò in fronte e poi rimase li chino a osservarlo. A osservare i capillari che gli si spaccavano negli occhi. La luce che svaniva. A osservare la sua stessa immagine che si degradava in quel mondo sprecato.”

Ciò che unisce questi tre percorsi è, come sempre in McCarthy, il paesaggio scarno del deserto texano. Poche incursioni nella civiltà, fatte di brevi soste in pompe di benzina e roulotte, molti tramonti. Nella descrizione della natura si leggono la malinconia, l’indurimento dei suoi personaggi: cowboy stanchi di cavalcare, il cui senso di fiducia nel sogno americano è venuto meno.

“Erano le prime luci del giorno. Un’alba opaca e grigia sopra la pianura sulla sponda orientale del fiume. L’altro lato era distante quanto Dio.”

Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Cohen vincitore di quattro Premi Oscar.

Recensione di Michela Migliora