Per sempre vivi

“Per sempre vivi”, considerata la miglior opera poetica di Alessandro Moscè, è suddivisa in cinque incisivi capitoli che affrontano con tono elevato i temi fondamentali della sua biografia: la comunicazione tra vivi e morti (affetti familiari e dialogo trascendentale con il padre), l’eros e il sogno centrati sul dolce ricordo dell’adolescenza, il locus amoenus dei giardini pubblici di Fabriano, luogo esistenziale piuttosto che contemplativo, la malattia infantile con la finitudine e il misterioso sibilo della morte, e infine il riscatto rappresentato dal calciatore Giorgio Chinaglia, simbolo di forza e trascinatore della Lazio. Un viaggio di vita e poesia, caratterizzato da profonde rarefazioni, dove si intrecciano il fiato corto della possibile resa e la consapevolezza di una trasfigurazione fortemente voluta e conquistata.

Autore: Moscè Alessandro

Editore: Pellegrini

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

L’ultima silloge di Alessandro Moscè, Per sempre vivi (un titolo da intendersi sia… come apposizione… sia… verso l’accezione esortativa”, annota Mario Famularo nella prefazione, fornendo le prime due chiavi di lettura dell’opera) si compone di cinque sezioni.

La prima parte è dedicata alle Apparizioni.

Qui c’è aria di aldilà
di più non so dire.
Qui sembra tutto finito
e se mi dicessero che il vento
è il mio fiato
ci crederei stringendomi a me
per l’ultima volta.
(…)
La morte entra ed esce da me
Mi acquieta, non ne ho paura

Le Apparizioni sono persone (tra gli altri, i nonni), cose, situazioni e ricordi (Un’aurora violacea/è il mio cielo nel buio archiviato/la tramontana che fa alzare la testa/nel balcone della casa dei miei/nell’infinita infanzia che scintilla/da un’inferriata a maglie larghe…). Tutte entità valorizzate da atmosfere suggestive (L’inverno è traslucido nelle gocce di pioggia/dopo pranzo, nel vento fantasma…), metafisiche (C’è una stasi vibratile di vita e morte), evocative (Quando il mare si quieta nel tuo labbro superiore/le mura ascoltano fruscii che salgono/l’amore logorato dalla notte di pece) nel richiamare stati d’animo e tormenti (Dal vetro della notte insonne/toglimi la cravatta insopportabile..) anche in senso metaforico (La luce bassa del mare drena l’inverno/dalla tua fronte pallida si sparge l’oceano/nel vortice tremolante del passato/con un tempo di strade infernali).

Nella seconda parte, senza soluzione di continuità, le apparizioni diventano Sogni.

Svapora il fumo notturno
all’interno degli androni
per i sonnambuli della riviera
con gli zigomi scavati
e un profilo più affilato.Il grigio dell’aria non si riempie
Per i sogni incorporei
Degli uomini di mare
Schiusi come i gusci
Delle vongole tra le reti

I sogni si sublimano nella lirica, ma sanno materializzarsi anche in modo corporeo, con un ricorrente richiamo ai campioni della Lazio (A Stefano Re Cecconi, figlio del re), che torneranno (A ridosso dell’Aniene, a Roma nord/dove i giocatori della Lazio erano legionari…) anche in altre parti dell’opera (Il poster di Giorgio Chinaglia mi aspettava).

La terza sezione è dedicata ai Silenzi, componimenti brevi che colgono in modo efficace la dimensione poetica del silenzio, una dimensione accomunata tanto alla vita quanto alla morte.

Il sonno modulato dal lampione
è incrinato nel suo lago nero.
Sono le nove della sera, ancora una volta

La quarta parte riporta i Dialoghi con mio padre, un componimento breve in prosa nel quale il poeta discorre (rectius: spesso interroga) il proprio padresul senso della vita e sui misteri della morte (Anche se lo sapessi, non potrei darti un navigatore per raggiungermi. Siamo in un’altra dimensione). Frequenti – e come potrebbe essere altrimenti? – i richiami a Dante…

Di grande impatto è l’ultima parte, La guarigione: il poeta ha avuto una drammatica esperienza con la malattia (come si legge nella postfazione) durante l’adolescenza (C’è una ricompensa o solo un mesto congedo dal male?) e quindi ha sfiorato la morte: le domande (Cosa succede ai defunti degli ospedali/quando sfilano il primo oroscopo e l’ultimo ago?), le immagini (Senza respirare sarei partito con un treno ad alta velocità/avrei aspettato i vivi, solo i vivi in un binario tronco) e la storia vissuta (Guarire in un’estasi, in una somma d’amore/nel sogno del palloncino che vola in alto e trona indietro…) si susseguono e vibrano in versi che mantengono alta la tensione emotiva (Guarito come il cerbiatto/ripescato con il naso gonfio di sabbia mobile/nel cerchio di acqua stagna).

Bruno Elpis