Post office

Henry Chinasky, abituale alter ego di Bukowsky e protagonista in prima persona di questo romanzo, ha deciso di lavorare come postino. Superati non senza affanno i test d’ammissione, si ritrova con la borsa di cuoio sulle spalle a girare in lungo e in largo per la periferia di Los Angeles. Perennemente in ritardo, vessato dal capufficio e insofferente ai regolamenti, si scontra ben presto con la rigida e burocratica macchina organizzativa. Tra sbronze e scommese all’ippodromo, Chinasky trova il tempo per vivere una degradante storia d’amore con Betty, per sposare una texana ricca e ninfomane da cui verrà abbandonato e infine per licenziarsi.

Autore: Bukowski Charles

Editore: TEA

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

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In “Post office” Charles Bukowski stila l’autobiografia dei suoi “primi cinquant’anni”. Protagonista del romanzo è infatti l’alter ego del Buk, Henry Chinaski, che narra le propria gesta di postino (“Sì signora, solo bollette”) nel difficile conflitto tra sregolatezza della vita privata e impostazione di un impegno lavorativo fisso. Il rifiuto delle regole gli procura continui richiami, spesso scritti, ma dai fatti raccontati si ricava anche il profilo  umano e apprezzabile di un uomo sensibile nei confronti dei colleghi più sfortunati, nemico del potere e critico rispetto all’alienazione indotta dai sistemi produttivi.

Mentre i giri-posta e i defatiganti ritmi temporizzati obbligano il postino – prima supplente e poi definitivamente assunto – ad adattare il proprio spirito ribelle e insubordinato a un regolamento inflessibile (“Stone arrivò di corsa con la sua ammonizione. Diceva che era contro il regolamento e le regole tenere oggetti sopra il casellario”), sullo sfondo scorrono le convivenze dello scrittore: prima con Betty, poi con la miliardaria Joyce (“Non mi opposi al divorzio, non andai in tribunale. Joyce mi lasciò la macchina”), con la procace e truffaldina Mary Lou  e infine con  Fay (“Lo so che vuoi salvare il mondo. Ma non puoi cominciare dalla cucina?”), dalla quale Henry ha una figlia (“Allora non sapevo che un giorno sarebbe diventata una bella ragazza che mi somigliava come una goccia d’acqua…”).
Chinaski intanto sostiene il terribile esame che decima i candidati aspiranti postini, ricorrendo a una tecnica mnemonica tutta bukowskiana (“Be’, presi il fascicolo dell’esame e associai tutti i dati da imparare al sesso…”). Il lavoro procede tra alti e bassi (per la verità più bassi che alti), ma la capacità di sopportazione giunge al capolinea: la resa è definitiva, il lavoro alle poste non fa per lui…

Post office“ rimane un’opera fondamentale per ritrarre l’icona dello “sconvolto”, che tanta presa avrà su molte generazioni coeve e successive, e per fotografare un disagio personale e sociale che rimane sempre in superficie, appeso alla rappresentazione esteriore del personaggio sopra le righe…

Recensione di Bruno Elpis

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  • Storie di ordinaria follia

    La biografia di Bukowski include due tentativi di lavorare come impiegato, dimissioni dal “posto fisso” a cinquant’anni suonati, “per non uscire di senno del tutto” e vari divorzi. Questi scarsi elementi ricorrono con insistenza nella narrativa di Bukowski, più un romanzo a disordinate puntate che non racconti a sé, dove si alternano e si mischiano a personaggi ed eventi di fantasia. “Rispetto alla tradizione letteraria americana si sente che Bukowski realizza uno scarto, ed è uno scarto significativo”, ha scritto Beniamino Placido su “La Repubblica”, aggiungendo: “in questa scrittura molto “letteraria”, ripetitiva, sostanzialmente prevedibile, Bukowski fa irruzione con una cosa nuova. La cosa nuova è lui stesso, Charles Bukowski. Lui che ha cinquant’anni, le tasche vuote, lo stomaco devastato, il sesso perennemente in furore; lui che soffre di emorragie e di insonnia; lui che ama il vecchio Hemingway; lui che passa le giornate cercando di racimolare qualche vincita alle corse dei cavalli; lui che ci sta per salutare adesso perché ha visto una gonna sollevarsi sulle gambe di una donna, lì su quella panchina del parco. Lui, Charles Bukowski, “forse un genio, forse un barbone”. “Charles Bukowski, detto gambe d’elefante, il fallito”, perché questi racconti sono sempre, rigorosamente in prima persona. E in presa diretta”. Un pazzo innamorato beffardo, tenero, cinico, i cui racconti scaturiscono da esperienze dure, pagate tutte di persona, senza comodi alibi sociali e senza falsi pudori.

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