Primo sangue

Candidato al Premio Strega Europeo 2022

Autore: Nothomb Amélie

Editore: Voland

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Primo sangue è la storia di Patrick Nothomb, il padre di Amélie.

Orfano di padre, con una madre messa a dura prova dal lutto (“Mamma non era più la donna, era il quadro”), Patrick viene indirizzato a trascorrere una vacanza nella residenza del nonno materno (“Che cos’è Pont d’Oye? … È una roccaforte: il castello nelle Ardenne dove abitano i Nothomb”), un nobiluomo originale ed eccentrico.

La proprietà dei Nothomb è affascinante (“Si sarebbe potuto coniare appositamente l’appellativo di roccadebole… La sua bellezza, che consisteva principalmente nella sua posizione a ridosso dell’alta foresta e a picco sul lago, aveva un che di decadente”) agli occhi del bambino (“Sappi… che in quanto primogenito del mio primogenito sei destinato a diventare il capofamiglia”), che si rapporta per la prima volta con le stranezze della dinastia paterna (“Il Nonnino ha detto che sei un barone”).

La vacanza si rivela un’esperienza straordinaria (“I giorni passati a pattinare sul lago nascosto nel cuore della foresta o a camminare in mezzo alla neve dei sentieri furono un incanto continuo”), pur nelle mille difficoltà incontrate (“Sopravvivere all’infanzia restava un’esperienza darwiniana per i figli di Pierre Nothomb”) e perfino nell’esperienza con una zia coetanea diversamente abile (“Nell’estate del 1951 constatai che Donate non c’era più”).

Patrick scopre di soffrire di una patologia (“Allora è chiaro: svieni alla vista del sangue”) che in qualche modo lo obbliga a scegliere il suo futuro professionale nella carriera diplomatica (“Il mio tallone di Achille mi condannava a fare un lavoro destinato alle persone gentili e pacifiche”). Ma Patrick ha un carattere volitivo e, quando si innamora di Danielle, è pronto a sfidare l’ostilità familiare (“Non si parlò mai più della presunta bassa estrazione di mia moglie”), pur di sposarla.

Fortificato dalle esperienze infantili e adolescenziali, con la consapevolezza di possedere i geni dell’originalità familiare, Patrick scrive il proprio nome nella storia (“La mia prima destinazione fu il Congo, che aveva appena ottenuto l’indipendenza”) del colonialismo belga (“Il 6 agosto 1964… i ribelli si impadronirono della città e i millecinquecento bianchi che vi abitavano furono presi in ostaggio”) con una strategia (“Ero una specie di versione moderna di Sheherazade: dalla mia capacità di parlare dipendeva la vita dei miei compatrioti”) che lo conduce a un finale degno (della biografia) di Dostoevskij (“Ghenye era stato uno stretto collaboratore di Lumumba”).

Bruno Elpis