Qualcosa di scritto

Descrizione

Roma, primi anni Novanta. Mentre i sogni del Novecento volgono a una fine inesorabile e Berlusconi si avvia a prendere il potere, uno scrittore trentenne cinico e ingenuo, sbadato e profondo assieme trova lavoro in un archivio, il Fondo Pier Paolo Pasolini. Su quel dedalo di carte racchiuso in un palazzone del quartiere Prati, regna una bisbetica Laura Betti sul viale del tramonto: ma l’incontro con la folle eroina di questo libro, sedicente eppure autentica erede spirituale del poeta friulano, equivale per il giovane a un incontro con Pasolini stesso, come se l’attrice di “Teorema” fosse plasmata, posseduta dalla sua presenza viva, dal suo itinerario privato di indefesso sperimentatore sessuale e dalla sua vicenda pubblica d’arte, eresia e provocazione. “Qualcosa di scritto” racconta la linea d’ombra di questo contagio e l’inevitabile congedo da esso – un congedo dall’adolescenza e da un’intera epoca; ma racconta anche un’altra vicenda, quella di un’iniziazione ai misteri, di un accesso ai più riposti ed eterni segreti della vita. Una storia nascosta in “Petrolio”, il romanzo incompiuto di Pasolini che vide la luce nel 1992 e che rivive qui in un’interpretazione radicale e illuminante. Una storia che condurrà il lettore per due volte in Grecia, alla sacra Eleusi: come guida, prima il libro postumo di Pier Paolo Pasolini, poi il disincanto della nostra epoca – in cui può tuttavia brillare ancora il paradossale lampo del mistero.

Ho letto “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, l’opera che per un paio di voti non si è aggiudicata il Premio Strega 2012, pensando che un riconoscimento formale a quest’opera avrebbe avuto un valore fortemente simbolico alla memoria di un grande artista del nostro ‘900. Perché “Qualcosa di scritto” contribuisce a mantenere vivi – a distanza di oltre trent’anni dalla tragica notte dell’1 novembre 1975 – immagine e pensiero di Pier Paolo Pasolini.

Quella di Emanuele Trevi è una testimonianza indiretta, mediata com’è dall’ingombrante presenza di Laura Betti, e risale alla sua esperienza di ricercatore presso il fondo P.P.P.

Tenterò allora di delineare la fisionomia del grande regista e scrittore così come io l’ho immaginata leggendo queste pagine e lo farò unicamente utilizzando attributi presenti nel saggio e citazioni testuali. E inserirò – di mia iniziativa – qualche verso, per ricordare che P.P.P. è stato anche straordinario poeta.

MODERNO: “L’essere moderno era il suo brodo primordiale, la condizione di partenza, un riflesso condizionato.

UNICO: “… Non assomiglia a nessun altro. Nemmeno la Storia, questa infallibile piallatrice, ha smussato l’anomalia in cui consiste.”

CATASTROFICO: “Sono rarissimi gli incontri che … lasciano un segno … Mi veniva spesso da pensare a lui … come si potrebbe considerare un uragano contemplando gli alberi divelti, i tetti sollevati, gli argini crollati che si lascia dietro.” Due autentiche catastrofi sono le sue ultime opere: la cinematografica “Salò” e l’incompiuta “Petrolio”.

AUTODISTRUTTIVO. Disse: “Io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire.”

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data. (Da “Supplica a mia madre”)

VERO. Per questo anche un “GRANDE COLPEVOLIZZATORE”.

POLIEDRICO: “Costruiva un’opera immensa con i più disparati mezzi artistici, usando indifferentemente un verso poetico o un grandangolo o un pennello intinto nella china, facendosi fotografare da altri, rilasciando interviste.”

INQUIETO: “E poi c’era la notte, il momento di voltare le spalle a tutti, a tutta la città, per incamminarsi da solo, vecchio cacciatore incallito, alla ricerca del piacere.” Che continuamente “cerca disperatamente di alzare la posta.”

Adolescente ardevo fino a notte

col tuo smunto chiarore, ed era strano

udire il vento e gl’isolati grilli. (Da “Vicina agli occhi”)

DISPERATO: perché “la riduzione del mondo a merce gli appare come l’inferno che si è appropriato della vita.” Perché aveva scoperto “il fascino ipnotico della violenza, il desiderio di subire, di sottomettersi, di implorare pietà sperando che quella pietà … venga negata.”

Là sotto, io vivo di pietà,

lontano fanciullo peccatore

in un riso sconsolato. (Da “O me giovinetto”)

POETA: i versi di P.P.P. “erano l’espressione di emozioni così brucianti da perforare la guaina spessa del codice letterario che le imbozzolava.”

ANTI-INTELLETTUALE: “butta nella mischia ogni centimetro, ogni grammo della sua carne, si lascia intridere dal flusso della vita come una spugna.

ARRABBIATO: “la rabbia è più importante del talento”.

Il lavoro di Trevi rimane principalmente un saggio di critica, anche se talvolta assume un tono romanzato o concede spazio agli aneddoti, regalandoci un ritratto tragicomico di Laura Betti e una squarcio sulla Roma dei salotti intellettuali del secolo scorso. Ipotizzando che P.P.P. abbia trafugato lo stesso segreto degli iniziati, Trevi – e questo forse è lo spunto che affascina maggiormente – fornisce una nuova chiave di lettura delle ultime opere di Pasolini e della sua morte, con accostamenti al pensiero di Nietzsche e con una culturalmente stimolante ricerca sui misteri di Eleusi.

Un’opera che non può mancare a chi abbia una o più delle caratteristiche sopra indicate (quindi a tutti, tanto è facile essere inquieti o disperati!) da …

… Bruno Elpis