Racconti del giorno e della notte

Descrizione

Giuseppe Bonura è stato un grande autore di racconti. Per vocazione e per necessità, com’è giusto che sia, perché il Novecento – il secolo al quale Bonura ha voluto conservarsi fedele con furiosa ostinazione – ha metodicamente costretto gli scrittori a misurarsi con i rigori della ferialità e addirittura con le spietatezze del mercato. Altra definizione discutibile, quest’ultima, che tuttavia trova una giustificazione almeno parziale nell’insistenza con cui, negli ultimi anni della sua vita, Bonura ha denunciato lo strapotere del “capitalismo energumeno”, in un crescendo di invettive che costituiva in effetti una continua variazione del tema che, fin dall’esordio, gli era parso decisivo: il feroce dissidio che, nell’era industriale e post-industriale, oppone l’individuo alla massa. Era la sua cifra nel tappeto, la sua successione di Fibonacci”. Dalla prefazione di Alessandro Zaccuri.

Autore: Bonura Giuseppe

Editore: Hacca

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

Siamo usciti tutti insieme dalle tane e siamo corsi verso la collina, tirandoci dietro borse sacconi e stracci. Nessuno gridava o piangeva, neanche i bambini. Non c’era uno sfilaccio di nuvola e anche il mare, visto a distanza, sembrava una sterminata prateria asfaltata. Ci siamo seduti sull’erba scarmigliati e ansanti, lo sguardo fisso alla spiaggia. Non avevamo voglia di parlare, non avevamo voglia di commentare, non avevamo voglia di niente”.

I racconti dello scrittore Giuseppe Bonura, siano essi del giorno o della notte, ti lasciano in attesa del “colpo di grazia”. Non si sa a cosa siano destinati i personaggi o l’autore o il lettore stesso. Rimane una storia raccontata e nessuno sa da che parte andare. Succede esattamente come nei sogni, dove ogni cosa occupa il posto sbagliato e, anche se la mente sa di essere il regista di quella messa in scena, non può fare nulla per dare un verso diverso a ciò che accade. Spettatori del surreale.

I racconti del giorno e della notte – che poi sono anche quelli del pomeriggio e della sera (frammenti di tempo e di vita) – sono abitati da spettri: ma non quelli che ci si aspetta. Sono quelli che affollano i pensieri degli uomini e delle donne di queste pagine, individui che non possono fare a meno di raccontare o di essere raccontati. Sono immersi nella loro quotidiana normalità di mariti, industriali, preti e studiosi, ma ingabbiati in paure ed ossessioni, che ne influenzano inevitabilmente l’agire rendendoli grotteschi, tormentati, schizofrenici e inadeguati. I personaggi non riescono a trovare la sponda di realtà a cui aggrapparsi ed il lettore finisce risucchiato – con loro – da una follia ordinata ed insuperabile. Non vi è scampo alla solitudine e alla frustrazione delle loro esistenze a cui ognuno di loro finirà, a proprio modo, con l’adattarsi.

Si tratta di storie che inducono ad una riflessione necessaria su se stessi e sul perenne senso di insoddisfazione che questa società – spietata nelle sue trasformazioni – genera in ognuno di noi, rendendoci schiavi e ricercatori disperati e nevrotici della felicità, senza sapere tuttavia che cosa sia veramente.

Questi racconti, brevi ma intensi, sono stati pubblicati a circa tre anni di distanza dalla scomparsa del suo autore, da sempre affezionato a questo tipo di narrazione capace di lasciare il lettore, per scelta o per distrazione, sospeso e confuso.

Il mondo va avanti, mi ripetevo, ma andando avanti non gli capita mai di fermarsi per considerare con meraviglia e con angoscia ciò che ha combinato. Come mai? Pervenni ad una conclusione sorprendente. Il mondo non ha curiosità, questa è la sua vera natura. Un uomo che inciampi in una merda di cane, scusate l’espressione, ritorna sui suoi passi e osserva il maleodorante involtino. Il mondo no, prosegue imperterrito”.

Recensione di Lucilla Parisi