“La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!

In quasi tutto il mondo la disuguaglianza sta aumentando, e ciò significa che i ricchi, e soprattutto i molto ricchi, diventano più ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri, diventano più poveri. Anzi: i ricchi diventano più ricchi proprio perché sono ricchi; i poveri diventano più poveri proprio perché sono poveri. La disuguaglianza si approfondisce per sua logica interna. Non ha bisogno di altri aiuti; non ha bisogno di nuovi stimoli e pressioni, né di spinte dall’esterno. Il fatto è che il nostro mondo non è favorevole alla coesistenza pacifica, e tanto meno alla cooperazione amichevole. Esso è conformato in maniera tale da rendere la cooperazione e la solidarietà una scelta non solo impopolare ma anche diffcile e onerosa. La grande maggioranza delle persone, per quanto animate da intenzioni nobili ed elevate, si scontrano con realtà ostili e vendicative, e soprattutto indomabili: cupidigia e corruzione onnipresente, rivalità ed egoismo da ogni parte. Sono realtà che lo sforzo individuale non può cambiare. Esse riproducono monotonamente il mondo della guerra di tutti contro tutti. Per questo sono realtà che troppo spesso siamo indotti a considerare come la ‘natura delle cose’, che nessun potere umano può cambiare e riformare. L’antico adagio ‘homo homini lupus’ è un insulto per i lupi. La nostra situazione è la conseguenza ultima dell’aver sostituito la competizione e la rivalità alla cooperazione amichevole, la reciprocità, la condivisione, la fiducia, il riconoscimento e il rispetto vicendevole.

Autore: Bauman Zygmut

Editore: Laterza

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Recensione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Bauman in questo volume non espone idee e considerazioni che derivino dalla sua personale ricerca, ma piuttosto si fa megafono della ricerca di geografi ed epidemiologi come Danny Dorling (il cui libro “Injustice: Why social inequality persists” meriterebbe traduzione e pubblicità in Italia), Richard Wilkinson e Kate Pickett (il cui importantissimo “The spirit level”, che significa “la livella”, è stato tradotto da Feltrinelli col titolo insulso e fuorviante “La misura dell’anima”). La novità di questo nuovo approccio al tema della diseguaglianza, rispecchiato nel libro di Bauman così come in larga parte della letteratura da lui citata e discussa, è la natura a-ideologica e pragmatica dell’argomentazione. Bauman osserva nel primo capitolo come le diseguaglianze economiche nell’occidente, dopo una lunga e trionfale tendenza alla riduzione dal secondo dopoguerra, siano tornate negli ultimi trent’anni a crescere a tal punto che gli Stati Uniti e il Regno Unito sfiorano oggi livelli vittoriani di diseguaglianza. L’Italia segue a poca distanza, e ha visto negli ultimi anni il divario tra il 10% più ricco e il rimanente 90% (e tra l’1% più ricco e il rimanente 99%) allargarsi enormemente. Nel secondo capitolo Bauman riassume varia ricerca che ha dimostrato senza possibilità di equivoco: 1) come la crescita economica di per sé, oltre una certa soglia di sviluppo, non porti con sé alcun rilevante miglioramento nelle condizioni di vita di una società, rispecchiate nella salute media dei suoi membri, nell’incidenza di malattie cardiache, nelle proiezioni di vita, nell’incidenza di malattie e disturbi mentali, nei numeri delle maternità adolescenziali, nelle cifre relative alla criminalità e alla popolazione carceraria, nella fiducia reciproca etc.; 2) come nelle società sviluppate esista al contrario una forte correlazione tra l’incidenza di questi mali sociali e i livelli di diseguaglianza relativa, a prescindere dal PIL, dalla ricchezza assoluta di un dato paese e dalla povertà assoluta delle classi più basse; 3) come le enormi e crescenti differenze di status tra individui, causate in larga parte dalle differenze di reddito e ricchezza siano un fattore chiave nell’incidenza di questi mali sociali e abbiano correlazioni statistiche molto forti con la diffusione di malattie fisiche e mentali. I cittadini dei paesi più eguali, qualunque sia il loro modello economico (social-democratico nei paesi scandinavi, liberista ma temperato da un’etica fortemente egualitaria che condiziona stipendi e compensi in Giappone), sono in generale più sani, più felici, più fiduciosi, spendono meno in prevenzione della criminalità e per la detenzione dei criminali, ottengono di più con minore investimento educativo, insomma, funzionano meglio. Nei successivi capitoli Bauman affronta poi analiticamente alcuni assunti chiave portati a giustificazione della diseguaglianza e contro l’opportunità di intervenire per ridurla: i mantra della crescita economica e del consumo crescente, la “naturalità” della diseguaglianza, la rivalità come chiave per la giustizia, e propone alternative e soluzioni per una società più eguale e più felice.

Il pamphlet di Bauman è una utile introduzione ad una crescente letteratura sulla diseguaglianza. Una moltitudine di studi sta infine dimostrando che su questo tema molti degli assunti chiave del pensiero economico e sociale dell’ultimo trentennio non reggono alla prova dei fatti. Si spera poi che il lettore voglia approfondire ricorrendo ai volumi di Wilkinson e Pickett e di Dorling. Per un contraltare più familiare (e più economicamente ortodosso) a questo approccio fondato sulla definizione di vari parametri di benessere (chi può dubitare che minore incidenza delle malattie cardiache e mentali sia un obiettivo desiderabile?), il lettore potrà volgersi, se ancora non convinto, al recente volume di Joseph Stiglitz (“Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro”, Einaudi). Stiglitz mostra come la diseguaglianza sia un freno alla crescita, mini alle fondamenta la competitività di un’economia e svuoti il processo democratico. Insomma, che l’obiettivo sia essere più sani, più fiduciosi, più integrati, più felici, oppure avere più successo, crescere di più ed essere più competitivi, la via sembra una: politiche che consapevolmente e inesorabilmente puntino a ridurre le diseguaglianze economiche nella nostra società. Di fronte a questo crescente consenso nella comunità scientifica, il silenzio della politica è assordante. Imbalsamate nel perpetuamento di convinzioni vecchie di trent’anni, ormai assurte a ideologia, destre e sinistre dell’occidente ignorano un problema che dovrebbe essere, ancora una volta, il primo punto di ogni programma di sinistra, e che ogni destra matura dovrebbe, sotto il peso di una mole di prove ormai schiacciante, accettare di fare proprio.

Recensione di Mirko Canevaro

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  • Le sorgenti del male

    Che cos’è il male oggi? In che modo si può dire che le sue manifestazioni, le sue spinte, le sue modalità di aggredire il tessuto del mondo e delle persone che lo abitano si siano modificate? Zygmunt Bauman, uno dei più grandi pensatori viventi, già nel 1989, con Modernità e olocausto, aveva riletto le atrocità del Terzo Reich sovvertendo l’opinione comune che si fosse trattato un «incidente» della Storia e dimostrando che invece la «società dei giardinieri» della modernità aveva raggiunto con l’olocausto il suo risultato più esemplare. In questo libro Bauman compie un ulteriore decisivo passo avanti nell’identificazione del «male» ai giorni nostri.

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