Ritratto in piedi

Descrizione

Avrebbe voluto, per la sua sepoltura, e lo disse, non fiori; bensì piccole ciotole col miglio per gli uccelli… Premio Campiello 1971.

Autore: Manzini Gianna

Editore: Ortica Editrice

Autore della recensione: Lucilla Parisi

 

Recensione

Disse accarezzandomi: – Hai un bel chiudere la finestra: luce, spazio, voci, esisteranno oltre la tua stanza. Non li avrai aboliti […] E’ al popolo, invece, che io miro. E’ verso la grande speranza di questa unità che io mi getto, attingendo una forza che è anche garanzia di salute. L’unità che io dico, contiene il seme di una splendida, progressiva continuità, […] ossia un divenire, una sopravvivenza ben lontana dalla vita eterna che ti promettono se sarai buona. Capisci? Perdersi nella polvere e sentirsi guardati da centinaia di anni futuri. Umanità indissociabile, come una colata di lava. Non si può frantumarla. E appartarsi è un delitto”.

Gianna Manzini ricorda suo padre e ce lo racconta con straordinaria bravura. La sua scrittura è naturalmente poetica, scorre veloce ed infiammata verso una direzione necessaria. E’ difficile non rimanerne da subito affascinati. Insolita nella sua forma, ricercata ma non pretenziosa, la stesura del romanzo sembra riprodurre fedelmente un flusso di pensieri emozionati.

L’oggetto del suo amore viscerale è il padre scomparso, un personalissimo ritratto che Gianna Manzini prova finalmente a riprodurre su carta solo all’età di settantacinque anni. Lei che sa scrivere di ogni cosa, tarderà a farlo perché difficile è ripercorrere i ricordi e i luoghi di un passato ancora dolorosamente vivo dentro di lei.

Ritorna a Pistoia con la memoria, a quando era solo una bambina ed il padre sfilava orgoglioso tra gli anarchici, mentre la gente chiudeva le finestre al loro passaggio. Giuseppe Manzini è per sua figlia un esempio straordinario di coraggio e dignità: un uomo che ha saputo vivere in nome dei propri ideali un’esistenza autentica, coerente e libera, rifiutando la tranquillità e l’agiatezza di una vita borghese.

La sua esistenza viene ripercorsa dalla scrittrice attraverso le parole, le azioni e i silenzi del padre, da cui lei, come donna, ha saputo trarre la convinzione che “non basta averlo un ideale; bisogna esserne degni: capaci cioè di sacrificargli qualsiasi cosa, a cominciare da se stessi”.

L’autrice sente il dolore di quel padre – che lei si rimprovera di aver abbandonato – quando, mandato al confino da Mussolini sull’Appenino Pistoiese, troverà nel 1925 la morte lontano dai suoi cari.

Quello di Gianna Manzini è un viaggio fondamentale dentro se stessa, ricordo dopo ricordo fino ai giorni in cui visse e amò quell’uomo ormai lontano.

Ritratto in piedi non è un romanzo semplice ma il lettore ne apprezzerà – oltre alla scrittura evocatrice – la descrizione appassionata di un periodo storico controverso e di un’esistenza straordinaria.

Felice di essere abbracciata, tenevo i ginocchi piegati, buttando indietro le gambe, perché le scarpe infangate non gli sporcassero il vestito. I suoi capelli castano chiari erano mossi dal vento. Li vedo. In cielo, un accavallarsi di nuvole […] Mi mise giù. – Tu – disse infine – sei come me. Pensava: non ti tireresti indietro, tu”.

Recensione di Lucilla Parisi