Rosso bastardo

I clienti di Fabio Paleari, controverso antieroe, sono usurai, protettori, spacciatori, mariti e padri brutali. Rintracciare persone scomparse la sua specialità. È pagato per rovistare nel fango, per ficcare il naso nel culo sporco della città. Non gli piace, ma non conosce modo migliore per tirare avanti. Così, ricondotta una prostituta armena in fuga dal suo protettore, è pronto ad accettare un nuovo incarico: qualcuno ha rapito la figlia di un noto criminale, che lo assume per ritrovarla ed evitare di pagare il riscatto. Le indagini rivelano che la ragazzina era solita sfogare il suo istinto autolesionista in un locale per amanti delle pratiche sadomaso. Mentre ne segue le tracce, una tragica scoperta porta l’investigatore a riavvicinarsi a quei valori morali che credeva di aver per sempre cancellato, provocando in lui un rigurgito di coscienza che chiede vendetta: la prostituta armena riconsegnata al protettore, violentata, torturata e picchiata, giace in coma all’ospedale. Paleari si ritrova così, suo malgrado, coinvolto in due indagini parallele, che lo porteranno l’una verso dolorose verità nascoste, l’altra verso la riscoperta di una parte di se stesso, che credeva irrimediabilmente danneggiata.

Autore: Pastori Ferdinando

Editore: Edizioni Clandestine

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Con “Rosso bastardoFerdinando Pastori torna e propone un’altra avventura di Fabio Paleari in un noir dinamico e incalzante.

Fabio Paleari è un investigatore sui generis. Narcolettico (“Il tuo armadietto dei medicinali non è mai vuoto. Provigil per tenere sotto controllo la sonnolenza diurna ed Effexor contro la cataplessia e le allucinazioni ipnagogiche”), ha un passato di poliziotto, una rete di informatori borderline (“Il Fantino… Gambe arcuate, camminata sghemba… L’hai conosciuto quand’eri ancora in polizia…”), si avvale di collaboratori prezzolati come Theo e Laurent. Riceve ingaggi da committenti equivoci: i protagonisti della “mala”.

In questo romanzo Fabio Paleari rintraccia una prostituta armena (“Il suo nome è Maïranouche”) e la riconsegna al suo protettore, salvo pentirsene. Un altro incarico lo raggiunge (“Il lavoro tiene la mente occupata e sono passati due giorni dal tuo ultimo incarico”), anch’esso commissionato da un malavitoso (“Salvatore Delicato. Lo zoppo”) al quale è stata sequestrata la giovane figlia, Costanza (“Primo piano intenso di una ragazza. Non più di diciotto anni. I capelli rossi e le labbra carnose, Le guance spolverate di lentiggini e gli occhi grandi color nocciola che guardano dritti nell’obiettivo. Come a sfidarlo. Specchio, specchio delle mie brame…”). I rapitori inviano messaggi minacciosi e odiosi, stabiliscono un termine stringente per il pagamento del riscatto  (“Cinque giorni per pagare il riscatto”) e dettano condizioni estreme (“Vogliono che io mi ammazzi subito dopo aver pagato il riscatto. Solo così lasceranno libera mia figlia”). Ben presto dalle indagini affiora un dubbio: “Non credo che dietro il rapimento ci sia esclusivamente il riscatto…”

Ma lasciamo allo stesso Ferdinando il compito di riassumere le concitate fasi nelle quali si snoda la vicenda.
“Il rapimento, le richieste dei rapitori e il video. Adele. L’Euthanasia e l’attrazione morbosa di Costanza nei confronti del dolore. Il rapporto con Raul. Divina e la morte sospetta del Master.”
E ancora:
“Costanza e l’Euthanasia. Divina, la sua voce dolce, ipnotica. Maïranouche immobile nel suo letto d’ospedale. Il pestaggio che hai subito e il cinese che ti cuce la fronte o aggiusta il naso.”

La narrazione è vivacemente sostenuta e inframmezzata da divagazioni (“Non hai a che fare con una scienza esatta, ma le api riconoscono il profumo dei fiori a chilometri di distanza e gli opossum della Virginia fingono di morire quando sentono il pericolo”). Il ritmo viene esasperato e troncato da un uso insolito della punteggiatura (“… Il silenzio… Pensi che. Non è quello buono e rassicurante che scende nelle case quando tutti vanno a dormire”).
Capitoli dai titoli classicheggianti (Timeo Danaos et dona ferentes), ossimorici (Buona morte), immaginifici (L’acqua non ha forma), situazionali (Omakase. Mi fido di te) e metafisici (I fiocchi di neve sono diversi uno dall’altro) alternano il tu narrativo del racconto all’io soggettivo del protagonista.

La particolarità di Ferdinando Pastori?
Ama fondere i topoi del noir classico – l’ambientazione metropolitana (“La zona è quella dell’Ortica, alla periferia est di Milano. Non è più il quartiere cantato da Jannacci…”), le colluttazioni violente, alcune espressioni grevi, la carneficina finale e concetti crudeli come quello della “giustizia a proprio uso e consumo” – a tonalità narrative ora intimistiche (“Certe storie d’amore nascono sotto una cattiva stella e sono destinate a una brutta fine, altre, invece, sono protette dagli dei e non finiranno mai”), ora affidate a un registro ironico (“Lo sai come mi chiamano nel giro?… La bella addormentata? … No, Pisolo…”) che tonifica la tensione e, al tempo stesso, la rende più tollerabile…

Bruno Elpis