Rosso caldo

Anche nel commissariato di Pozzuoli arriva la primavera piovosa e fredda: il commissario Martusciello rimpiange la capacità di memoria degli anni passati, la sovrintendente Blanca vive una crisi amorosa con l’ispettore Liguori, l’agente scelto Carità è tornato nei suoi silenzi. Dovranno dimenticare le loro irrequietezze per occuparsi di due omicidi; le vittime lavoravano nello stesso ufficio postale di zona, ma pare l’unico legame, perché le morti si riferiscono a contesti diversi: spiriti e voyeurismo pseudo artistico da una parte e crimine di rapine e ricatti dall’altra. Intanto Gianni Russo, il padre di Ninì, la figlia adottiva di Blanca, in carcere per aver confessato l’omicidio della moglie, scappa dall’ospedale dove è ricoverato. Cerca Ninì e la fa sprofondare di nuovo nell’incertezza da cui la ragazza si sta liberando. Il rapporto tra Blanca e Ninì si incrina, Russo ferisce gravemente il commissario e le vite di tutti si frantumano. Martusciello ce la farà, i misteri saranno decifrati: gli spiriti sono solo tormento dato dai vivi ai vivi e le relazioni e gli irrisolti di tutti troveranno un nuovo ordine.

Autore: Rinaldi Patrizia

Editore: edizioni e/o

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Rosso caldo” di Patrizia Rinaldi è il terzo capitolo della trilogia edita da e/o, dopo “Blanca” e “Tre, numero imperfetto” (quest’ultimo, oggi tradotto anche in inglese e in tedesco, è stato il noir più votato dalla giuria popolare del Premio Scerbanenco 2012).

In “Rosso caldoBlanca, la sovraintendente ipovedente che ha “la percezione vigile dei sensi”, si occupa di un’indagine nel quartiere partenopeo dell’Avvocata, ove due anziane donne (“Mariarca e Alina Rosselli per gli abitanti del quartiere erano le signorine cugine”) vivono il loro rapporto saffico affrontando i pregiudizi e le difficoltà della vita quotidiana. Dall’abitazione delle “cugine” si percepiscono insoliti rumori (“Alina restò sveglia a sentire gli spiriti. Erano tornati…”), che sembrano provenire dal palazzo confinante. “Sussurri e grida” preludono al ritrovamento di un cadavere (“Il corpo di suo marito, Girolamo Sellitto, è stato ritrovato nei sotterranei di Palazzo de Pignatta Valoi di Cancello a Pozzo Vecchio…”) nei sotterranei del palazzo nobiliare; poi seguono altri delitti (“Oreste Bonomo. Gli hanno sparato tre colpi di pistola… sulla banchina del porto di Baia”) ed eventi misteriosi.
Quanto ai sospettati: possibile che la moglie di Girolamo non si preoccupi neppure di celare il suo odio per il defunto marito (“la moglie di Girolamo Sellitto non cercava nemmeno di fingere turbamento per la morte del marito”)?

La sensibilità di Blanca è acuita dall’handicap (“Blanca vedeva solo ombre”) e noi già sappiamo che lei, non potendo contare sulla vista, si affida ad altre acuminate facoltà, come il tatto, l’udito e l’olfatto.
Già durante il primo sopralluogo (“Il sotterraneo e anche i vestiti del morto odoravano di essenze”) il fiuto della detective viene stimolato dagli odori (“Come se qualcuno avesse deposto fiori freschi su una carcassa andata”); poi i profumi si sprigionano dalle pagine (“Un’orzata… essenza di mandorlo…”) e sono piste da seguire (“Il profumo. In anni lontani tornava con addosso un profumo brutto di fiori e macelleria”), indizi da collegare, stimoli per riflessioni liriche (“Sentì l’odore oleoso della pianta e, più nascosti, i profumi della notte, dell’acqua caduta e della terra”) in un mondo femminile del quale Patrizia Rinaldi è palpitante interprete: “L’amore che si dice tale e ferisce non è amore; a volte le donne, soprattutto le donne, credono che sia comunque una forma di affetto. E si sbagliano, e pagano un prezzo altissimo…

I capitoli grazie ai quali l’indagine procede si alternano a quelli scritti per tracciare i profili psicologici dei personaggi e ai sipari che, nella questura flegrea, hanno per protagonisti l’agente scelto Giuseppe Carità, il commissario Martusciello e l’ispettore Liguori, del quale Blanca è innamorata (“C’era negli ultimi tempi sempre qualcosa di più urgente da fare dell’amore..”).

Anche in questa storia, Napoli non è soltanto un affresco: la città vive (“dal terrazzo di casa mia si vede l’inferno della Solfatara. E’ un inferno bellissimo, diverso da quello che ho dovuto attraversare io”) in una serie di istantanee (”L’ufficio postale della zona flegrea si affacciava sul lago vulcanico… Gli impiegati godevano della vista di canne alte, del perimetro circolare del bacino, di volatili…”) scattate con mano abile e occhio vigile, con il mare in sottofondo (“Il mare faceva un lavoro di schiuma contro la scogliera e il vento forte spostava la macchina… ogni spinta del vento capitava come una sorpresa”).

La scrittura di Patrizia Rinaldi è bianca come la protagonista, gialla come il genere che in lei conosce una nuova espressione, rossa e calda come il titolo del romanzo. Insomma: è uno stile nuovo, colorato e colorito.

Recensione di Bruno Elpis