Settanta acrilico trenta lana

Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui “non comincia mai niente” e l’inverno non è mai finito, in una casa assediata dalla muffa accanto al cimitero. Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Un giorno Camelia trova nel cassonetto dei vestiti deformi, con molte maniche e strani squarci: in quel momento cambia qualcosa, comincia a trascorrere più tempo fuori casa e ogni giorno trova nuovi vestiti nel cassonetto. È così che incontra Wen, un ragazzo cinese che lavora in un negozio di vestiti e che le insegna la sua lingua. Saranno proprio gli ideogrammi ad aprire un varco di bellezza e mistero nella vita di Camelia, attribuendo nuovi significati alle cose. Camelia si innamora di Wen, ma lui la respinge nascondendole il motivo. E c’è anche il bizzarro fratello di lui, ossessionato dall’oscura morte di Lily, un’altra studentessa di Wen…

Autore: Di Grado Viola

Editore: edizioni e/o

Autore della recensione: Nicoletta Scano

 

Recensione

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Una ragazza pronta ad iniziare la vita adulta che l’aspetta all’università si ritrova improvvisamente ad affrontare una situazione familiare al limite della pazzia. La morte in un incidente del padre, che finisce in un fosso insieme all’amante, trascina in uno stato depressivo profondissimo la madre della protagonista, che smette di lavarsi, di parlare, di suonare (essendo una musicista), lasciando la figlia sola a superare e metabolizzare una morte che ha portato con sé la fine dei buoni sentimenti, della famiglia, della fiducia.

Camelia inizia a vestirsi con quello che trova nella spazzatura, osserva il mondo pervasa da un furore disperato: a sentirla, pare di provare quel magone in fondo allo stomaco, quello di quando stai per iniziare piangere e la gola resta indecisa tra il lasciarti soffocare o scoppiare in un singhiozzo. Camelia è proprio così che si sente, è arrabbiata, è sola. Non per questo la vicenda si ripiega su se stessa e rinuncia a raccontare una storia. La trama non delude, e si snoda come un piccolo giallo.

Ma è la scrittura di Viola Di Grado a meritare un vero plauso. Questa giovane autrice all’esordio ci regala il miglior libro degli ultimi mesi, un’opera dove ogni parola risuona del dolore impazzito di una ragazza al centro di un vortice nero. Pagina dopo pagina, senza perdere mai una creatività narrativa sorprendente, viene indagata una vita in cortocircuito, l’ombra nera di un lutto che è al contempo un funerale emotivo, un crollo allucinato in una realtà estranea e alienante.

Tutto, la casa dove abita, i vestiti, le abitudini, il linguaggio, il quartiere, i sentimenti, la luce del sole, sembrano intrisi di ciò che sente la protagonista, la trasposizione verso l’esterno di tutto ciò che si agita nel cuore spezzato della protagonista è portata all’estremo linguistico.

Un solo passaggio, che descrive perfettamente questo rapporto uomo – natura: “Fuori, nel bel mezzo di un’aiuola striminzita, mi aspettava un papavero. Forse dovrei dire che era stupendo. Era tremendamente rosso, superava il concetto di rosso. Il suo gambo tagliava l’aria perfetto, alto e verdissimo, i suoi petali si spalancavano al sole come cosce, scivolavano sinuosi dalla corolla gonfia e sbaciucchiata dalle api.
Cosa gli dava il diritto di essere così bello? Cosa dà alla natura il diritto di cospirare costantemente contro la bruttezza, di allungare le braccia rampicanti sulle case degli uomini, di riesumare dalla gola secca dell’inverno inglese un papavero come quello? Sbriciolai la sua salma sotto i miei anfibi.
(…) La bellezza non c’è mica bisogno di cercarla, la natura te la sbatte addosso appena ti distrai un attimo. Se non fai attenzione camminando verso il centro ti ritrovi circondato da un’orgia di fiori gialli, e allora che puoi fare se non distruggerli, io li ammazzavo a uno a uno, li strozzavano con orgoglio necrofilo dentro la borsa“.

Imperdibile, originale, da leggere assolutamente.

Recensione di Nicoletta Scano

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  • Cuore cavo

    Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa. Il 23 luglio, alle 15.29, la mia morte è partita da Catania. L’epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano, i seni piccoli, gli occhi gonfi, l’encefalo tramortito, il polso destro poggiato sul bordo della vasca e l’altro immerso in un triste mojito di bagnoschiuma alla menta e sangue… Viola Di Grado racconta la storia di un suicidio, di ciò che lo precede e poi lo segue: la famiglia, l’amore, la solitudine, la voglia di vivere intensamente e, dopo la morte, la nostalgia, la frequentazione “fantasmatica” delle persone amate, una straordinaria invenzione della vita dopo la morte.

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