Storia della mia gente

Descrizione

C’era una volta la Provincia italiana ricca, felice e molto produttiva. Che commerciava con l’estero, dava del tu ai colossi oltre confine con l’orgoglio di una identità, prima che nazionale, comunale. C’era un tempo in cui anche gli stupidi facevano soldi, in un paese dove il PIL cresceva di due cifre l’anno. Dove i soldi guadagnati con allegria, spensieratezza e persine cafonaggine venivano ben esibiti in beni di lusso. Poi arrivarono i guru della globalizzazione a dire che si doveva cambiare, ad andare in televisione a sponsorizzare mercati stellari in Cina e a sostenere che il vecchio modello, quello dove si stava bene, andava male. Questa è “la storia della mia gente”, non solo degli “stracciaroli di Prato”, ma di una provincia felice e intelligente, sacrificata alla globalizzazione.

Autore: Nesi Edoardo

Editore: Bompiani

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Nel mio commento non so se privilegiare la mia formazione di economista o quella critico-letteraria, visto che Edoardo Nesi, vincitore del Premio Strega 2011, ha scritto un romanzo-saggio nel quale, da letterato, commenta e descrive le emozioni e i ricordi dell’imprenditore di Prato che vive la fine di una fiorente attività, fiore all’occhiello dell’industria italiana tradizionale: il tessile.

Risolvo l’empasse decidendo di affrontare “Storia della mia gente” con la sensibilità della gente comune, quella dell’uomo della strada, dimenticando per un attimo sia le reminiscenze universitarie e le conoscenze professionali, sia la letteratura.

Leggendo il dramma dell’industriale-letterato che assiste impotente all’agonia della piccola industria italiana di fronte ai ruggiti del “pericolo giallo” e della globalizzazione, svolgo alcune considerazioni che mi sorgono spontanee per almeno due circostanze di carattere autobiografico.

Prima osservazione: sono nato a Como e vivo in provincia di Como. Quindi ho assistito, da vicino, allo sgretolarsi dei fasti della gloriosa industria della seta, che si specchiava nelle acque di uno dei laghi più celebrati dalla letteratura italiana (sigh, oggi dal gossip!) con successi commerciali che sembravano imperituri e che invece sono stati fagocitati – al pari del tessile in quel di Prato – da un concorso di cause, ben descritte da Nesi nel suo blasonato saggio romanzato: l’economia globale, le abilità d’imitazione dei paesi emergenti che possono produrre, pur con un livello qualitativo inferiore, a costi più bassi, la miopia di una politica economica che non ha saputo né valorizzare, né proteggere i punti di forza dell’economia domestica. Io, memore degli insegnamenti del Machiavelli, aggiungerei un altro dubbio: non è che le nuove generazioni sono state meno combattive delle vecchie e si sono adagiate sugli allori?

Seconda osservazione: ho letto con interesse delle “summer sessions” dell’autore a Berkeley e a Harvard. Io, le mie estati di studente liceale, le ho trascorse a fare il manovale, in una stamperia maleodorante, presso una delle grandi nobili decadute del tessile nostrano (quotata in borsa!), che dava da lavorare a centinaia di dipendenti e alle loro famiglie. Grazie a questa esperienza sono entrato in contatto con il mondo operaio, non da osservatore, ma “alla pari”; ho partecipato alle assemblee di fabbrica; ho conosciuto la fatica fisica e la stanchezza per un lavoro pesante, ma anche la soddisfazione di guadagnarmi tre stipendi che, in qualche modo, mi fornivano l’illusione di mantenermi gli studi.

Ringrazio questa lettura per avermi fatto rivivere le mie esperienze personali di vita, grazie alle quali ho potuto immedesimarmi nel racconto di Nesi.

In “Storia della mia gente” ho apprezzato la malinconia dell’uomo colto che mantiene un occhio puntato alla Capannina e l’altro alle manifestazioni di piazza in difesa dei posti di lavoro, lo stesso uomo che nell’amore per Fitzgerald (il Francis Scott del “Grande Gatsby”) tradisce un universo di nostalgia per i “grandi sogni”. Lo stesso uomo che descrive, partecipe, il dramma dei clandestini cinesi e della loro misera vita in una fabbrica sequestrata dalle forze dell’ordine.

Infine un dubbio: quando a pagina 79, a proposito del premio Strega, si dice “Era l’anno in cui lo Strega l’avrebbe vinto Maurizio Maggiani – lo dicevano anche i giornali. E infatti vinse Maggiani”, si intende dire che i premi letterari italiani sono lottizzati? Sarebbe interessante saperlo. Anche per l’uomo della strada, intendo dire.

Recensione di Bruno Elpis