Storia di un corpo

Descrizione

3 agosto 2010. Tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un pacco, un regalo post mortem del defunto genitore: è un curioso diario del corpo che lui ha tenuto dall’età di dodici anni fino agli ultimi giorni della sua vita. Al centro di queste pagine regna, con tutta la sua fisicità, il corpo dell’io narrante che ci accompagna nel mondo, facendocelo scoprire attraverso i sensi: la voce stridula della madre anaffettiva, l’odore dell’amata tata Violette, il sapore del caffè di cicoria degli anni di guerra, il profumo asprigno della merenda povera a base di pane e mosto d’uva. Giorno dopo giorno, con poche righe asciutte o ampie frasi a coprire svariate pagine, il narratore ci racconta un viaggio straordinario, il viaggio di una vita, con tutte le sue strepitose scoperte, con le sue grandezze e le sue miserie: orgasmi potenti come eruzioni vulcaniche e dolori brucianti, muscoli felici per una lunga camminata attraverso Parigi e denti che fanno male, evacuazioni difficili e meravigliose avventure del sonno.Con la curiosità e la tenerezza del suo sguardo attento, con l’amore pudico con cui sempre osserva gli uomini, Pennac trova qui le parole giuste per raccontare la sola storia che ci fa davvero tutti uguali: grandiose e vulnerabili creature umane.

Autore: Pennac Daniel

Editore: Feltrinelli

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

Indubbiamente uno dei memoir più intimi che abbia mai letto. Eppure non è incentrato sugli stati d’animo, sulla mutevolezza dell’umore, sui sentimenti dell’odio e dell’amore. Protagonista, per una volta, non è la mente bensì il corpo.

Idea geniale.

Dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un regalo, un bizzarro diario del corpo che il genitore ha iniziato a scrivere all’età di dodici anni, nel lontano 1936, e che ha portato avanti fino agli ultimi giorni di vita, finché ha avuto la forza di scrivere.

A ispirarlo è stata una sensazione fisica, materiale, concreta; nella fattispecie la paura di essere divorato vivo dalle formiche.

Quando era un giovane scout e si trovava in un campo estivo sulle Alpi, un gioco tra ragazzi si è trasformato per lui in un orrendo incubo, facendogli però scoprire (attraverso una mortificante reazione fisica di cui avrebbe fatto volentieri a meno) l’importanza del misterioso legame tra la mente e il corpo.

… la paura del vuoto mi fa strizzare le palle, la paura delle botte mi paralizza, la paura di avere paura mi angoscia per tutto il giorno, l’angoscia mi provoca le coliche, l’emozione (anche piacevolissima) mi fa venire la pelle d’oca, la nostalgia (per esempio pensare a papà) mi inumidisce gli occhi, la sorpresa mi fa sobbalzare (anche una porta che sbatte!), il panico può farmi scappare la pipì, il benché minimo dispiacere mi fa piangere, la rabbia mi soffoca, il dolore mi rattrappisce. Il mio corpo reagisce a tutto. Ma non so mai in che modo reagirà”.

In un crescendo di consapevolezza, dovuto anche al trascorrere degli anni, Pennac ci descrive, con minuzia di particolari, evacuazioni, ferite, malattie, vomiti e orgasmi. Le vicende della vita vengono esplorate dal punto di vista della materia, della carne.

Lo stile lineare e asciutto dello scrittore francese si esprime in paragrafi brevi e pensieri istantanei e mai banali che vi faranno sorridere, ricordare, riflettere.

Dopo un po’ comunque, nonostante l’agilità della scrittura e l’immediatezza dei temi trattati, il libro perde di fascino e diventa noioso.

Due concezioni del dolore.

Stamattina alla mungitura una vacca rovescia il secchio. Robert si inginocchia per far scorrere il latte nel canale di scolo, si rialza con il secchio in mano e un’asse inchiodata al ginocchio. Si è inginocchiato sul chiodo! Stacca l’asse senza fare una piega e si rimette al lavoro. Gli dico che deve disinfettarsi subito: ma sì, finita la mungitura. Gli chiedo se gli fa male: un pochino. Alle quattro mi taglio il polpastrello affettando il pane per la merenda. Esce sangue, mi viene la nausea, mi gira la testa, mi lascio scivolare lungo la parete e mi siedo per terra per non svenire. Questa è la differenza tra Robert e me. Se domandassero alla mamma da dove viene questa differenza, lei risponderebbe: “È solo perché quella gente lì non ha alcuna immaginazione!”.

Recensione di Marika Piscitelli