Strix sive. Ars moriendi

[vc_row][vc_column][vc_column_text]“L’autunno incalzava i contadini che brulicavano come formiche fra i campi e i canali in vista dell’inverno. Questo orizzonte ammirava Don Carlo, dall’alto della torre campanaria, almeno una volta alla settimana, quando vi si arrampicava per la stretta scala a chiocciola. Non finiva mai di stupirlo quello spettacolo, ripetuto dalle generazioni ogni anno del Signore. Ottobre donava ancora tiepide giornate, traboccanti di sfumature ambrate sui vapori in lontananza.

Il romanzo “Strix sive Ars moriendi” dello scrittore mantovano Vittorio Bocchi è un testo elegante, dalla prosa asciutta. Ambientato nel XVIII secolo, narra la storia di un prete, Don Carlo, che attende la fine dei suoi giorni in una tranquilla zona campestre a ridosso di un fiume. Nella serenità bucolica che lo circonda, l’uomo di chiesa si lascia andare a fantasie e pensieri conturbanti, tanto da lasciarsi catturare dalla bellissima e intelligente Costanza, una donna che lo porterà fino al peccato che tanto ha rifuggito per tutta la sua carriera ecclesiastica.

Chiuse gli occhi e si abbandonò al ricordo di Costanza. La vedeva lì, nel salone, avvolta dai vapori lillà del vestito, contemplare alla finestra la notte tiepida settembrina; ancora imbronciata con lui, ma pronta al perdono e alla passione. Allungò la mano nella penombra per toccare quella visione.

Una storia d’altri tempi, anche per lo stile demodé scelto dall’autore. Una storia di pettegolezzi, confessioni, superstizioni che scandiscono il tempo di tutta la popolazione del borgo. Un romanzo “classico”, in cui ricercare e trovare risvolti e riflessioni certamente attuali, come la lotta eterna dell’uomo con le proprie scelte e le proprie repressioni, fisiche e mentali. Un conflitto sempre aperto difficile da gestire e da accettare.

Don Carlo stava per reagire con veemenza e rabbia, perché proprio non ne poteva più di sentire in bocca a quelle bestie l’ultima parola, che non apparteneva a loro. L’avevano rubata in notti di ascolto dietro i cespugli; ma, più incoffesabilmente, apparteneva a lei, a Costanza, era il suo affettuoso e intimo mon ami per lui, per il ricordo del loro amore. Queste cose ebbe il tempo di dirle solo con uno sguardo fulminante e irato verso l’Andreasso, il quale, contemporaneamente fece un gesto con la mano, come per scacciare un fastidioso insetto, e arrivò un colpo di bastone tra la schiena e la nuca del povero Don Carlo.

Vittorio Bocchi è nato nel 1964 e risiede a Poggio Rusco, in provincia di Mantova. Accanto all’attività professionale, conduce una vita parallela dedicata alla letteratura, alla ricerca storica e all’organizzazione di eventi in ambito culturale. Ha pubblicato: Altitudo (Il Filo, 2006), Il Cigno degli Andreasi (Antiche Porte, 2006), Il Cavalier Francesco Bisighini – Ritorno da Buenos Aires (Antiche Porte, 2008) e Tre concerti (Edizioni Pontegobbo, 2012).

Recensione di Lucilla Parisi

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column]

  • Tre concerti

    Descrizione

    Nell’incanto sospeso sulle rive del Grande Fiume, un uomo, finalmente in pace con se stesso, rievoca dall’oblio in cui era caduta una storia di seducente passione, dove musicisti e amanti, spie e combattenti, seguendo le note dei tre concerti per pianoforte di Ciajkovskij, percorrono una strada di amore e morte.

  • Viaggio sulla luna

    Cronaca di un viaggio irripetibile, “… di due giovani partiti da minuscoli paesi sul fiume Po e andati in Messico, per vivere quella libertà che, senza saperlo, si portavano già dentro”. L’autore racconta che “… tutto il peregrinare in luoghi più o meno esotici, prima e dopo il Viaggio, è stato qualcosa di diverso, forse più chiaro, ma diverso. Ecco perché, quando mi trovai ad attraversare la Sierra Madre del Sud, sulla strada che portada Puerto Escondido a Oaxaca, ebbi una visione che mi scaldò il cuore. Transitavamo su uno dei passi più alti della Sierra, un pianoro con due baracche o poco più. Una bambina indio correva nel prato che dava sul vuoto; correva contro il vento, con la bocca aperta, indossando un vestito chiaro sul quale erano appuntati grossi fiori scuri. Il cartello stradale diceva che eravamo arrivati in un luogo chiamato La Luna”. Accompagnano la narrazione, le fotografie in bianco e nero di Andrea Longhini.

[/vc_column][/vc_row]