Tutti primi sul traguardo del mio cuore

Per migliaia di chilometri, in auto, a piedi, su traghetti, bus e funivie, una carovana piena di colori tenta di stare dietro al ritmo furibondo imposto dai ciclisti, che in tre settimane girano tutta l’Italia per sfidarsi davanti all’azzurro della costiera amalfitana e tra agli aspri profili del Vajont, sotto il sole del lungomare pugliese e nelle tormente di neve in cima alle Dolomiti. Fa parte della carovana uno scrittore, che da piccolo in un tema aveva detto: “Io la prossima volta che passa il Giro provo a scappare con lui”. Dopo tanti anni c’è riuscito, e affronta questa avventura – un po’ on the road, un po’ tour de force -, sperando di stanare qualche storia bizzarra o un paio di particolari suggestivi. Ma verrà immediatamente travolto da una valanga di momenti formidabili, e si sperderà subito tra paesi dai nomi impossibili, periferie post atomiche e personaggi micidiali, nel frullatore impazzito del Giro d’Italia che mischia passione, entusiasmo, paura, fatica, speranza, disegnando le mille storie di mille destini che si intrecciano coi nostri e danno vita a una corsa eroica e strampalata come la nazione che percorre.

Autore: Genovesi Fabio

Editore: Solferino

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

La retrospettiva romanzata del “Giro d’Italia 2013” comincia citando il colonnello Custer (“Non conta quante volte cadi, ma quante volte ti rimetti in piedi”), Dino Buzzati (citazione che non svelo) e Albert Einstein (“La vita è come andare in bicicletta. Per stare in equilibrio, devi continuare a muoverti”). La premessa già indica l’intento di quest’opera, veloce come la rotazione delle ruote della bici da corsa di un campione: vivere l’Italia grazie a un itinerario che combina paesaggi, emozioni, amore per lo sport e per la gente (“Certo la Ferrari è roba di classe, e il Motomondiale è spettacolare, ma l’Italia vera la trovi rappresentata nel suo modo di correre in bicicletta”).

Tutto nasce da un amore infantile (“Io quando sono grande faccio il Giro d’Italia”), da un sogno (“I sogni sono così, lisci e luminosi, e se ne fregano delle mille meschine esigenze di quella rompipalle che è la realtà”) che “il piccolo Fabio” non può realizzare per meriti sportivi, e allora… “all’epoca non l’avrei mai detto che al Giro poteva servire uno scrittore”!

Così Fabio Genovesi parte, nello staff del Corriere, con l’amico-autista (più amico che autista) Enzo, per un’avventura a tappe (“Paolo Tomaselli, il vero giornalista inviato dal giornale, ha a disposizione un’altra auto, guidata da un altro autista che si chiama Fabrizio”).

Con una prosa emozionante e ironica al tempo stesso, Fabio Genovesi conduce il lettore attraverso lo Stivale. Si parte dai colori di Napoli (“E poi scopri che, nello stesso giorno del tuo matrimonio, a Napoli arriva il Giro d’Italia e la salita per Posillipo è bloccata da mattina a sera”), si attraversano zone agresti (“Paolini è maglia rosa, i fagioli di Controne continuano a crescere pochissimi e buonissimi, e se passi da Spineta Nuova troverai una strada che è sempre spazzata di fresco”), si percorre la mitologica Calabria (“Allora ci provo, alzo la testa e chiedo agli dei chi vincerà il Giro”), sulla Cosenza-Matera si recita “un lungo rosario di paesini fantasma tra Calabria e Basilicata”, si attraversano tradizioni (“A Bari son giorni di festa per san Nicola. Stasera nella basilica si saprà se il santo ha donato la manna, un liquido trasparente e profumato miracolosamente prodotto dalle sue ossa, poi diluito in boccette a uso dei fedeli”), si affrontano dislivelli (come a Pescara “lungo strade che salgono e scendono di continuo”), si lambiscono le coste (per ritrovare a Gabicce Mare “una spiaggia di sabbia bella dritta e un pontile in mezzo”), si accarezzano sogni e illusioni degli italiani (“Passando da Arezzo… si sono mischiati per un attimo con un’altra folla di comparse che trascorrono la domenica in fila sperando di avere un piccolo ruolo nel prossimo film di Pieraccioni”)…

In breve tempo si raggiunge il Nord: dal Friuli (“Piccole cascate si buttano giù dai monti e si spaccano sulla roccia trasformandosi in un vapore magico, che formerebbe di sicuro mille arcobaleni se solo ci picchiasse un raggio di sole ogni tanto”) si passa in Slovenia e si smarrisce la strada, si trapassano dolori e lutti (come quello del  Vajont: “Io guardo la diga e la ferita del monte, viva come allora, e quella roccia friabile e ripida a strapiombo lassù”) incastonati nella “gola là in fondo a questi mondi affilatissimi”.

Ancora: si assaporano gusti unici (nelle Langhe: “Ma io non voglio finire a parlare di tartufi e salami, e nemmeno di barolo o dolcetto…”), si sfida il nebbione della tappa Cervere-Bardonecchia (“Oggi ho visto una tappa bellissima. Anzi, non l’ho vista, e forse è per questo che mi è piaciuta tanto, perché invece di vederla l’ho ascoltata”), si raggiungono picchi e vette (“Il Moncenisio piazzato a metà tappa per frollare le gambe in attesa del finale, è un paesaggio natalizio di casette col tetto bianco e il comignolo…”) per godere della “visione maestosa del Galibier” o per “vedere il monumento a Marco Pantani, lassù sul Galibier”

Nel romanzo di Genovesi gli sportivi e non (come il sottoscritto!) potranno rivedere gesta e curiosità relative ai più grandi corridori di tutti i tempi, ma soprattutto ciascuno potrà penetrare il segreto-paradosso della “solitudine del ciclista”, che in fondo è quello della solitudine dell’uomo: “Quando le tappe sono adatte alla volata, i tuoi compagni non hanno il passo per starti accanto e lanciarti nello sprint, quando invece ci sono le montagne, loro se ne vanno lassù a tutta velocità mentre tu annaspi da solo in fondo al gruppo, sperando di sopravvivere in qualche modo”.

Un romanzo che fonde cronaca, emozioni, nostalgie, valori umani e gusto per la vita. Un romanzo che si lascia leggere tra sensazioni agrodolci e un vago senso d’orgoglio per il nostro essere italiani.

… Bravo Fabio, forse io non ho titolo per dirlo, ma secondo me sei diventato davvero un ottimo ciclista!

 

Bruno Elpis