Tuamore

Un memoir in bilico tra commozione e lievità. Una madre che muore di tumore e un figlio che ne ripercorre la vita scegliendo di esorcizzare il dolore con il sorriso. L’autore decide di affidare così alla parola scritta il dolore per la perdita prematura della madre, stroncata all’età di 62 anni da un carcinoma al seno, cercando nella memoria la forza per andare avanti, nonostante tutto.

Autore: Dentello Crocifisso

Editore: La nave di Teseo

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Crocifisso Dentello rinnova il suo amore per Melina, l’adorata mamma, in ogni pagina di Tuamore, titolo che in sé fonde per crasi tumore e amore, amore e morte, da intendersi come sfida dell’amore alla morte.

Una sfida che lo scrittore in quota Nave di Teseo e critico del Fatto quotidiano ha già lanciato qualche tempo fa, rendendosi promotore di un’iniziativa in memoria della mamma, un’iniziativa avente ad oggetto ciò che Crocifisso ama, ossia i libri: creare una piccola biblioteca, all’interno dell’Istituto Tumori di Milano, ove Melina era in cura, e anche in altri ospedali. L’appello ha avuto successo e numerosi libri sono stati donati, con impressa sulla prima pagina, oltre al nome e alla città del donatore, la dedica alla memoria della mamma.

Nelle librerie, dal 24 marzo, è disponibile – già in ristampa – la seconda tappa della sfida, vinta dall’autore non soltanto per il successo di pubblico e critica: Melina vive attraverso le pagine di Tuamore, conquistando l’affetto e l’empatia di molti lettori, attraverso un’identità letteraria che ha il gusto della – purtroppo soltanto metaforica – rivincita sulla morte.

È un legame speciale, di vero amore, quello tra il figlio primogenito e la giovane sposa Melina (“Ero già al tuo matrimonio, a tirarti calci in pancia. Non ti ho forse sposato anch’io, non sono forse salito sull’altare con te in un patto d’amore finché morte non ci ha separato?”) e, dunque, il dolore della perdita recente non può assecondare le forme di attenuazione (“Un figlio adulto che seppellisce la donna che l’ha partorito è una disgrazia tollerabile perché non sovverte il corso della natura umana”) imposte dalle convenzioni sociali (“Tutti…. Si attengono a un copione di domande generiche. Le risposte devono essere altrettanto sfumate”).

Con le sue parole scritte Crocifisso Dentello immortala alcune istantanee che lasciano intravedere lo spirito vivace (“La vita l’hai sempre aggredita a colpi di commedia”) di una donna che combatte – perfino con la provocazione – la sociopatia del suo ragazzo (“Non perdi occasione per sanzionare la mia misantropia”) che invano cerca di nascondere solitudine, timidezza (“Se ho ceduto a qualche bugia è perché la vergogna è stata più forte”) e senso di inadeguatezza (“Ho capito presto che avrei faticato a trovare un posto nel mondo”), peraltro conquistando il lettore per la sincerità disarmante con la quale viene dichiarata la vulnerabilità.

La personalità di Melina campeggia, diviene motivazione professionale (“Mi domando se avrei scritto comunque se non ti avessi avuto come madre… Scrivere era renderti giustizia, ripagarti di una vita di niente. Scrivere è stato un tentativo di essere figlio fino in fondo”) e monito morale (“Talvolta mi spavento di me stesso. Sono capace di pensieri turpi e il fatto di non tradurli in realtà non mi fa sentire di certo assolto… Ecco allora che la tua ombra si allunga a richiamarmi a quella nobiltà d’animo che hai sempre praticato”), tanto più forte (“Educata a farti bastare quel poco a disposizione e a spremere tutta la felicità possibile da quel poco”) al cospetto delle origini umili (“Quarta di otto figli, nasci nel 1958 in una Gela dove a ogni angolo di strada c’è la miseria più nera”) e delle povertà economica (“Abbiamo passato momenti di miseria vera, occultata agli occhi degli estranei”) fronteggiata con una filosofia originale (“Resisteva in te una retorica della sazietà che equivaleva al benessere spirituale”) e con la forza sardonica della disperazione (“Recuperavo allora i volumi meglio conservati della mia biblioteca e andavo a rivendermeli al Libraccio… Non male queste sei polpette in cerca d’autore…”).

Quando la malattia insorge, Melina cerca di opporsi (“Pure tu vacilli ma risolvi tutto con una delle tue giravolte da Gianburrasca”) con invenzioni (“Ughetta?! Sì, è la mia amica immaginaria”) e con il consueto spirito (“La tua filosofia di vita è sempre stata una sola: mai prendersi sul serio e mai prendere nulla sul serio. Avevi intuito che non esiste altro antidoto per non soccombere alle tante coltellate che la vita riserva”).

Per Crocifisso è una prova durissima (“Il tumore, che comincio a ribattezzare Tuamore per esorcizzare la sventura, prosegue il suo scavo…”), un atto d’amore dichiarato (“Per me essere figlio ha sempre avuto un solo significato: essere amato senza riserve, fino al sacrificio più estremo. Nessun altro essere umano potrà mai amarmi come mi hai amato tu”) dinnanzi alla crudeltà di una malattia che strazia corpo e anima.

In questo libro imperdibile e bellissimo, si sorride e si ride, si piange, come nella vita, ci si identifica, si tocca con mano la forza di un amore reciproco incondizionato.

Nella sua autenticità di personaggio reale, Melina rimane se stessa, ma – da appassionata cinefila quale era – un poco interpreta anche il ruolo letterario che già fu di altre mamme: quella di Ungaretti (“Sarai una statua davanti all’eterno,/come già ti vedeva/quando eri ancora in vita”), la Susanna di Pasolini (“Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire./Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile”), nell’immane tragedia di chi sopravvive:
“…Non sono io forse viva sempre per te?
– Oh, Mamma, sì! – io le dico. – Viva, viva, sì… ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti, come t’immagino, viva ancora laggiù, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti così, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, così da lontano, t’ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio. Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà!” (Colloqui coi personaggi di Luigi Pirandello).

Bruno Elpis