Un giorno questo dolore ti sarà utile

James ha 18 anni e vive a New York. Finita la scuola, lavoricchia nella galleria d’arte della madre, dove non entra mai nessuno: sarebbe arduo, d’altra parte, suscitare clamore intorno a opere di tendenza come le pattumiere dell’artista giapponese che vuole restare Senza Nome. Per ingannare il tempo, e nella speranza di trovare un’alternativa all’università («Ho passato tutta la vita con i miei coetanei e non mi piacciono granché»), James cerca in rete una casa nel Midwest dove coltivare in pace le sue attività preferite – la lettura e la solitudine –, ma per sua fortuna gli incauti agenti immobiliari gli riveleranno alcuni allarmanti inconvenienti della vita di provincia. Finché un giorno James entra in una chat di cuori solitari e, sotto falso nome, propone a John, il gestore della galleria che ne è un utente compulsivo, un appuntamento al buio… I puntini di sospensione sono un espediente abusato, ma in questo caso procedere oltre farebbe torto a uno dei pochi scrittori sulla scena che, come sa bene chi ha amato Quella sera dorata, chiedono solo di essere letti. Anticipare le avventure e i pensieri di James rischierebbe di mettere in ombra la singolare grazia che pervade questo libro, e da cui ci si lascia avvolgere molto prima di riconoscere, nella sua ironia inquieta e malinconica, qualcosa che pochi sanno raccontare: l’aria del tempo.

Autore: Cameron Peter

Editore: Adelphi

Autore della recensione: Marika Piscitelli

 

Recensione

«No,» le ho risposto «hai ragione. È vero».
«È vero cosa?» ha chiesto.

«Che sono disturbato». Pensavo al significato di questa parola, a cosa volesse dire veramente, come quando si disturba la quiete o la televisione è disturbata. O quando ci si sente disturbati da un libro o da un film o dalla foresta vergine che brucia o dalle calotte polari che si ritirano. O dalla guerra in Iraq. Era uno di quei momenti in cui ti sembra di non aver mai sentito una certa parola e non riesci a credere che abbia proprio quel significato, e cominci a riflettere su come ci si è arrivati. È come il rintocco di una campana, cristallino e puro, disturbato disturbato disturbato, sentivo il suono vero della parola, così ho detto, come se me ne fossi appena accorto: «Sono disturbato».

Non c’è niente di peggio che sentirsi costretti a parlare quando non se ne ha voglia…

James vorrebbe semplicemente essere lasciato in pace, poter leggere i suoi libri e starsene per conto proprio. Ma il diciottenne tipo è ribelle, arrabbiato, circondato dagli amici e dalle ragazze, ascolta musica cattiva e magari fa anche uso di droghe, e visto che James non è nessuna di queste cose, e sta persino valutando la possibilità di non andare al college, viene automaticamente considerato “strano”.

In realtà, frequentare la Brown non rappresenterebbe un problema, se solo non implicasse una convivenza forzata con un’orda di coetanei con i quali è convinto di non avere niente in comune. Il solo pensiero gli fa tornare alla mente la terribile esperienza vissuta a Washington, al seminario “La Classe d’America”…

L’esperienza di condividere la camera con altri due ragazzi è stata talmente traumatica che non ricordo quasi nulla. So che si tratta di una reazione abnorme e nevrotica, e che probabilmente dovrei tacere e arruolarmi nell’esercito, dormire in una camerata con decine di uomini, cagare in un gabinetto senza porta e abbassare la cresta, ma io non ero un militare e volevo solo un posto dove stare da solo. Per me è un bisogno primario come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti”.

Perché la gente non accetta il fatto che lui non abbia particolari ambizioni e che sogni semplicemente di comprare una casa e vivere tranquillo nel Midwest?

Sia sua madre, una stravagante gallerista appena tornata dalla terza, disastrosa luna di miele, che suo padre, un bellone che colleziona giovani compagne, sembrano sinceramente preoccupati e si convincono che in James ci sia qualcosa che non va. Solo che per quanto abbiano tutta l’intenzione di provare ad aiutarlo, il modo che scelgono per risolvere la situazione è molto newyorkese, e infatti anziché sforzarsi di comprenderlo, lo mandano in terapia dalla dottoressa Rowena Adler.

Per fortuna c’è Nanette, perfetto connubio di saggezza e modernità, che sa ascoltarlo senza giudicarlo e gli apre gli occhi sui suoi veri desideri e sentimenti.

Sul bordo della tazza c’era un baffo di rossetto scarlatto, e mi piaceva l’idea che lo mettesse ogni mattina anche se poi durante la giornata non vedeva nessuno”.

Il libro di Peter Cameron, pervaso da un’ironia fine e malinconica, è coinvolgente, originale e ben costruito, e riesce a raccontare l’animo umano con leggerezza e simpatia.

Consigliato. Soprattutto a chi si sente un po’ asociale…

Recensione di Marika Piscitelli