Una pedina sulla scacchiera

All’era dei pirati della finanza e dell’industria, degli imperi economici costruiti sui campi di battaglia è succeduto lo scenario desolante degli anni Trenta: la borsa in caduta libera, la crisi, la disoccupazione, e “tutti quegli scandali ignobili, quei processi, quei tracolli privi di grandezza”… Come molti della sua generazione, Christophe Bohun non ha né ambizioni, né speranze, né desideri, né nostalgie. È un modesto impiegato nell’azienda che suo padre, il Bohun dell’acciaio, il Bohun del petrolio, è stato costretto, dopo un clamoroso fallimento, ad abbandonare nelle mani del socio. Si lascia svogliatamente amare da una moglie di irritante perfezione e da una cugina da sempre innamorata di lui. “È la pedina” annota la Némirovsky sulla minuta del romanzo “che viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tremila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita”. Alla morte del padre, però, Christophe trova in un cassetto, bene in evidenza, una busta sigillata: dentro, un elenco di parlamentari, giornalisti, banchieri a cui, nel tentativo di evitare il crac, il vecchio Bohun aveva elargito somme ingenti affinché spingessero il governo ad accelerare i preparativi bellici. Riuscirà questo bruciante retaggio, questa potenziale arma di ricatto, e di riscatto, a scuotere Christophe dal suo “cupo torpore”? Difficile trovare un romanzo così puntualmente applicabile a temi e fatti di ottant’anni dopo.

Autore: Némirovsky Irène

Editore: Adelphi

Autore della recensione: Gabriele Lanzi

 

Recensione

Una pedina sulla scacchiera, ennesimo romanzo della prolifica Irène Némirovsky, è una storia ambientata a Parigi, negli anni Trenta del Novecento, quando la città francese risente della crisi economica di quel periodo anche a seguito della Grande Depressione americana.

L’elemento portante è rappresentato dalle vicissitudini dei Bohun, una famiglia composta dal padre ormai morente,  ex capitalista caduto in rovina nonché fondatore dell’omonima impresa produttrice di acciaio, quindi dal figlio Christophe e da sua moglie e infine dalla cugina Murielle, vecchia fiamma di Christophe.  La “pedina” del titolo è rappresentata dallo stesso Christophe che, a seguito della caduta finanziaria del padre, trascorre la vita nella quotidiana routine, come semplice e anonimo impiegato proprio nell’ex ditta del genitore, senza alcuna possibilità di riscatto:  “La vita si stendeva lunga e monotona davanti a Christophe….Tutti gli esseri viventi vanno in cerca di gloria, per lui non ce ne sarebbe più stata. Sgobbare, sfacchinare, senza posa, senza speranza. Soltanto rate, tasse, bollette del gas o della luce avrebbero scandito la sua esistenza….

Christophe non ha nemmeno la forza di reagire, è conscio che deve fare i conti con le ristrettezze economiche, gli manca il denaro per garantirsi una vita con qualche agio: “Figli perduti del capitalismo, ecco cosa siamo! Mi manca tutto, perché la vita è fatta in modo che togliendoti il denaro ti viene tolto tutto. Qualcuno forse trova uno scopo più alto….Ma io sono disperatamente medio, un uomo qualunque, non è colpa mia…
Ormai non riesce nemmeno più a sperare nell’amore in quanto mal sopporta la vicinanza della moglie e i bei ricordi passati, quando era innamorato della cugina, non fanno che riempirlo di nostalgia. L’amore appartiene alla gioventù e lui si sente troppo vecchio: “ … L’amore per me è un capitolo chiuso. Che la mia vita abbia almeno questo di nobile…il ricordo…di Murielle si porti via il mio primo e ultimo amore”.

All’improvviso, questa situazione di stallo sembra trovare una soluzione in una lettera scoperta alla morte del padre, che svela un episodio di corruzione avvenuto anni prima.

Amore, soldi, crisi economica e crisi coniugale, disoccupazione, corruzione, sono aspetti ben presenti nel romanzo e la Némirovsky ha dunque il pregio di fotografare una serie di meschinità universali, come a dimostrare che gli esseri umani non cambieranno mai e certi aspetti sono presenti indelebilmente in ogni epoca. Si percepisce che i personaggi di questo dramma sono alla ricerca della felicità, ma questa felicità non è detto che sia rappresentata da un ideale spirituale, bensì dal semplice possesso di denaro quale elemento di riscatto. Il linguaggio usato è semplice ma incisivo, con parecchie riflessioni intime che si alternano a pagine nelle quali traspaiono le problematiche derivanti dalle relazioni interpersonali dei protagonisti.

di Gabriele Lanzi