Una storia disonesta di furfanti, gatti, commissari e altro ancora

1970. Due capolavori rubati, il mistero di un furto mai indagato e perseguito svelato a distanza di anni. Un furfante che sono due, due commissari che non fanno per uno; una vecchia che presta soldi a strozzo e un gatto nero vendicatore. Tutto in un giallo un po’ hard boiled ironico e divertente.

Autore: Frascati Daniela

Editore: Scatole Parlanti

Autore della recensione: Bruno Elpis

 

Recensione

Una storia disonesta di furfanti, gatti, commissari e altro ancora di Daniela Frascati

Una storia disonesta di furfanti, gatti, commissari e altro ancora di Daniela Frascati prende spunto da un fatto di cronaca del 2014 (“Ritrovate due tele di Gauguin e Bonnard. Un operaio le aveva acquistate a un’asta di oggetti smarriti delle Fs” – ndr: puoi leggere il relativo articolo a questo link), il cui antecedente risale al 1970, nella Roma della vigilia degli anni di piombo.

A Londra, in modo rocambolesco, vengono trafugati due capolavori: Fruits sur une table ou nature morte au petit chien di Paul Gauguin e La femme aux deux fauteuils di Pierre Bonnard. ma la scena si sposta ben presto nella capitale italiana.

I furfanti del romanzo sono tanti.
Il committente del furto è un politico, il senatore chiamato Sua Eccellenza (“Quell’ometto tirato a lucido come la sua testa, piccola e sferica simile a una palla da bowling… uno dei più influenti politici nel labirintico potere della città”), che incarna l’arroganza, la prepotenza e la disonestà del potere politico.
Al suo fianco, c’è la criminalità organizzata (“Il suo braccio destro, la parte cattiva. Quel Ninetto er Macellaro che non si chiamava così per caso”), temibile e temuta (“Quella è gente de Roma nord, non è delinquenza spicciola… So’ la manodopera della Roma nera”).
L’autore del furto è un trafficone (“Con le sue simpatie e connivenze con la rinata destra eversiva”) dalla doppia identità: Ruby Handle alias Porfirio Manicone (“Come Handle poteva regalarsi quei momenti di leggerezza, come Porfirio Manicone, la sua vera identità, doveva avere paura persino dell’ombra che gli passava accanto”), che s’innamora di Patricia, un’impiegata dell’ambasciata britannica (“Lei nemmeno immaginava che razza di uomo fosse”), alla quale viene nascosta la doppia vita del lestofante (“La fuga a Londra, il giro degli espatriati e dei passaporti falsi, il furto del Gauguin andato a male e le minacce e i pestaggi con cui lo tenevano ancora sottoposto”), che forse vorrebbe redimersi (“Patricia era l’unica cosa bella che gli fosse capitata da anni”), ma è troppo invischiato nei traffici illeciti…
Infine, c’è la cravattara (“È una vecchia che presta i soldi a strozzo”), una delle due sorelle Catulli (“Giacinta… alta e segaligna, lo sguardo che sembrava mercurio liquido, freddo e guizzante. Vestita di nero…”): un’anomala esponente della categoria (“I cravattari, quelli veri che strozzano con il nodo scorsoio dei ricatti e delle angherie“), nemica giurata dei felini che invece sua sorella ama. A lei si rivolge Porfirio, sull’orlo della disperazione.

I gatti del titolo sono i randagi che l’altra sorella Catulli – quella un po’ svanita e stralunata, Ortensia – amministra con affetto, attirandosi anche le ire del condominio. E, particolare non da poco, nello sgabuzzino della portineria ove la gattara opera, viene rinvenuto il cadavere della cravattara… Tra i mici,  spicca un bel gattone nero (“Lui è Codamozza...”).

I commissari sono due: quello in carica, il titolare (“Il commissario Giacomo De Rosa non aveva mai davvero superato quel colpo”), reduce da una delusione sentimentale con Corinne.
E Salvatore Pedace, il pensionato che non si rassegna all’inattivià e si affianca al titolare per dargli manforte.

In un’atmosfera romana (“Era un riccetto che sembrava uscito da un film di Pasolini. Strafottente e simpatico”) e romanesca (“La corte romana nun vo’ pecore senza lana”) anni Settanta, tra ironia descrittiva (“Tutti… erano ormai morti. Terra pe’ ceci, si dice a Roma“), ottima caratterizzazione sia dell’atmosfera (“Le ottobrate romane sono dolci anche la sera“), sia dei personaggi e sotto un soffuso velo di nostalgia (“Davanti alla Vespa… Andiamo con questa?! Come in Vacanze romane…“) per i tempi andati (“la rasatura con quelle pezze calde delle vecchie barberie“), non rimane che scoprire cosa altro ancora riservino la penna e la fantasia di Daniela Frascati, che in questo romanzo diverte e si diverte, virando dalle sue opere precedenti e dimostrando di saper intrattenere il lettore anche con storie “di genere”.

Bruno Elpis