Viaggio al termine della notte

Fece la sua apparizione nel 1932, facendo conoscere un grande scrittore capace di esprime le tensioni, la complessità, gli orrori e le smorfie in una forma sbalorditiva e con uno stile da subito unico e inconfondibile. Affresco di un’epoca, grido anarchico di rivolta, ma anche libro comico, in cui farsa e tragedia si mescolano in continuazione.

“E’ forse questo che si cerca nella vita, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”.

Ferdinand Bardamu, protagonista e narratore delle vicende qua narrate, dà voce al tormento letterario dello scrittore Céline (pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches, Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1 luglio 1961), attraverso un linguaggio nuovo e originale che mantiene intatta ancora oggi, a sessant’anni di distanza, la sua efficacia.

Il delirio di Bardamu passa attraverso la Prima guerra mondiale, l’Africa coloniale, l’America del fordismo, passando per la città di Parigi, con i suoi bassifondi e la sua povertà, riflettendo la vita dello scrittore, simile nelle vicende vissute.
Tutti i grandi temi del 900 vengono toccati, sfiorati e poi rimestati, messi al macero e massacrati dal narratore che non è altro che “un uomo tormentato dall’infinito”, “intento a cercare una punizione per l’egoismo universale.”
La vicenda prende il via da una sfida mal calcolata, da una specie di atto sconsiderato, tipico della gioventù: Bardamu, mentre discute con l’amico e compagno Arthur riguardo alla guerra, in un caffè di Parigi, vede passare un reggimento e, senza neanche pensarci su, decide di seguirlo e di arruolarsi. Ha così inizio il rocambolesco susseguirsi di avventure che fanno precipitare il protagonista in un “tragicomico balletto di situazioni difficili e disperate”, che vede la notte come unico luogo di risposta ai continui quesiti sulla vita e, soprattutto, sulla morte.
Come lo stesso Céline fece nella sua vita, Bardamu decide, ciclicamente, di abbandonare le tranquillità conquistate con fatica, per ributtarsi nella mischia, sfiorando spesso la morte, perché è proprio lì che si nasconde il senso di tutto.
“Bisogna affrettarsi, non bisogna perdersela la propria morte. La malattia, la miseria che ti disperde le ore, gli anni, l’insonnia che ti imbratta di grigio giornate, settimane intere e il cancro che è già forse lì che ti sale, meticoloso e sanguinante dal retto.”
La conoscenza, l’esperienza, le situazioni difficili, portano Bardamu a lunghe riflessioni nichiliste, ad analisi lucide e amare sulla vita, sull’uomo, sulla guerra, sull’amore.
Non c’è scampo al termine della notte. Solo la minaccia continua della morte riesce a ridestare in lui la voglia di vivere.
Robinson, co-protagonista del romanzo, alter ego di Bardamu, rappresenta la vera essenza del romanzo, poiché incarna l’insoddisfazione e l’eterno patire, gesto céliniano per eccellenza. Bardamu disprezza tale modalità di affrontare la vita, tuttavia non riesce a stare lontano dall’amico, quasi rappresentasse la sua parte mancante, la sua ombra, il suo lato più oscuro, ma anche più vero.
Per mano di Robinson, Celine commette l’assassinio della piccola borghesia (uccidendo la vecchia Henrouille), ma non solo: Robinson uccide anche l’amore, nello sfogo finale in taxi, contro la pazza e innamorata Madelon.

“Ti basta perché gli altri ti hanno raccontato che non c’era di meglio dell’amore e che quello funzionava con tutti quanti e sempre!… Eh be’ io lo mando affanculo l’amore di tutti quanti!… Mi capisci? Attacca più con me figlia mia!… la loro schifezza d’amore… Caschi male!… Arrivi troppo tardi! Attacca più, ecco tutto!… Ed è per questo che tu ti fai venir le rabbie!… Ci tieni lo stesso tu a far l’amore in mezzo a tutto quello che succede?… A tutto quello che si vede?”

Ed è sempre attraverso Robinson che Céline-Bardamu giunge al termine della notte. La sua morte rappresenta la fine o forse un nuovo inizio.

“Laggiù, lontano lontano, c’era il mare. Ma non avevo più niente da immaginare io sul mare adesso. Avevo altro da fare. Avevo un bel cercare di perdermi per non ritrovarmi più davanti la mia vita, la ritrovavo dappertutto semplicemente. Ritornavo su me stesso. Il mio stramballamento personale, era proprio finito. Sotto gli altri!”

Viaggio al termine della notte è “un grido di rivolta”, una netta e definitiva presa di posizione contro il sistema, ma non solo. La polemica, oltre che sociale, è anche letteraria: la denuncia che Celine fa della guerra, del colonialismo, del degrado delle periferie urbane, assume maggiore valenza proprio grazie allo stile letterario che lo caratterizza. Celine mescola il linguaggio colloquiale con un lessico colto, ma non solo: rompe ogni regola sintattica e semantica, disorientando il lettore, senza mai abbandonarlo.
La sensazione è proprio quella di uno stordimento emotivo, non solo per i temi trattati o per il linguaggio usato, ma soprattutto per “l’agitazione del periodo”, che crea “effetti di sorpresa, di straniamento, di sospensione, moltiplicando risonanze inedite”.

Un romanzo di difficile lettura, capace però, come solo i grandi classici sanno fare, di convogliare in sé tragedia e comicità, passione e disfatta, vita e morte.
Tutto questo, solo e soltanto, al termine della notte.

Recensione di Ivana Bagnardi