Vita di Pi

Descrizione

Piscine Molitor Patel è indiano, ha sedici anni, è affascinato da tutte le religioni, e porta il nome di una piscina. Nome non facile che dà adito a stupidi scherzi e giochi di parole. Fino al giorno in cui decide di essere per tutti solo e soltanto Pi. Durante il viaggio che lo deve condurre in Canada con la sua famiglia e gli animali dello zoo che il padre dirige, la nave mercantile fa naufragio. Pi si ritrova su una scialuppa, alla deriva nell’Oceano Pacifico, in compagnia soltanto di quattro animali. Tempo pochi giorni e della zebra ferita, dell’orango del Borneo e della iena isterica non resta che qualche osso cotto dal sole. A farne piazza pulita è stato Richard Parker, la tigre del Bengala con cui Pi è ora costretto a dividere quei pochi metri. Contro ogni logica, il ragazzo decide di ammaestrarla. La loro sfida è la sopravvivenza, nonostante la sete, la fame, gli squali, la furia del mare e il sale che corrode la pelle. Il loro è un viaggio straordinario, ispirato e terribile, ironico e violento, che ci porta molto più lontano di quanto avessimo mai potuto immaginare. A scoprire che la stessa storia può essere mille altre storie. E che riaccende la nostra fede nella magia e nel potere delle parole.

«Combattiamo all’infinito. Combattiamo senza curarci di quanto ci costa, delle sconfitte che incassiamo, dell’improbabilità del successo. Combattiamo fino all’ultimo respiro. Non è una questione di coraggio. L’incapacità di arrendersi è un dato caratteriale. Forse è semplicemente stupida fame di vita».

Non è facile per un ragazzino indiano chiamarsi Piscine e così Pi decide di rendere più interessante il suo nome associandolo al simbolo matematico del Pi greco (π), sperando che serva a far sì che i suoi compagni di scuola smettano di chiamarlo Piscione. Non funziona, ma lui ci ha provato. Ci prova sempre Pi, non si dà mai per vinto, soprattutto quando si tratta di credere. Per questo intreccia rapporti molto profondi con le tre maggiori religioni esistenti al mondo e ne rispetta tradizioni e modi di preghiera. Per questo, anche quando tutto quello che conosce svanisce in pochi istanti inghiottito da un muro d’acqua, non smette di lottare.

Suo padre aveva grandi piani per loro, tutti e quattro in Canada a ricominciare una nuova vita con i soldi derivati dalla vendita degli animali dello zoo di sua proprietà. Per questo la famiglia di Pi si imbarca sulla Tsimtsum, una enorme nave mercantile giapponese, che però al momento di fronteggiare una tempesta si rivela ben meno resistente di quanto le apparenze lasciassero presupporre.

Scagliato su una scialuppa da marinai che volevano liberarsi di lui, Pi si ritrova, unico superstite, sperduto in mezzo all’Oceano Pacifico in compagnia di una zebra, una iena, un orangutan e una tigre del Bengala, di nome Richard Parker. Dopo che la tigre uccide e si nutre degli altri animali, Pi si vede costretto a fronteggiare la belva più pericolosa dello zoo, da cui suo padre l’aveva sempre messo in guardia.

Sembra però che la fame, la sete, la paura e il mal di mare abbiano strani effetti sulle tigri del Bengala: grazie a un fischietto da salvataggio e a una gran quantità di pesci volanti, Pi riesce a sopravvivere a Richard Parker. Lo assiste, lo sfama, lo rifornisce di acqua e non smette di essergli grato, perché sa che se fosse stato da solo non avrebbe avuto la forza d’animo necessaria a non mollare.

«All’inizio scrutavo l’orizzonte ossessivamente, sperando di scorgere una nave. Ma dopo cinque o sei giorni smisi quasi del tutto. Sopravvissi perché decisi di dimenticare. La mia avventura ebbe inizio il 2 luglio 1977 e terminò il 14 febbraio 1978, ma in mezzo per me non ci furono date. Non contai i giorni, né le settimane, né i mesi. Il tempo è un’illusione che toglie il fiato. Così lo cancellai

Insieme, il ragazzo indiano e la tigre, compiono un viaggio lungo duecentoventisette giorni, che li porta ad affrontare squali, tempeste, marinai ciechi e isole carnivore, fino al loro arrivo in Messico. Stremati raggiungono la riva e, come un pizzicotto ci sveglia da un sogno, così la conferma che il mondo reale sia ancora lì spezza qualcosa nel loro magico legame, almeno per Richard Parker, che se ne va immergendosi nella foresta senza nemmeno voltarsi.

Trascinato in ospedale piangente e in gravi condizioni, Pi riceve la visita di due agenti della compagnia di assicurazioni della nave che sperano di scoprire attraverso di lui quali siano le cause che hanno portato all’inabissamento della Tsimtsum. Pi racconta la sua fantastica storia, ma non basta. Non gli credono, nemmeno per un istante. Gliene chiedono un’altra, una che non contempli tigri o isole formate da alghe assassine. Il giovane indiano narra quindi per loro un’altra storia, intrisa di crudeltà e barbarie, di sofferenza e sangue, di omicidi e atti violenti che hanno portato niente altro che ulteriore dolore.

Al termine del secondo racconto gli uomini decidono di arrendersi. Hanno capito che le cause di quel disastro rimarranno sconosciute e si sentono sconfortati e a disagio, vorrebbero solo trovarsi lontano da lì. Prima che escano per sempre dalla sua vita, Pi chiede loro quale delle due storie preferiscano, tenendo conto che nessuna delle due svela quello che erano venuti a sapere. La risposta è univoca, la prima. «Vi ringrazio» gli dice allora Pi «è così anche per Dio».

Una frase che permette a noi lettori di sperare per il meglio, che rinvigorisce la convinzione che sia la prima storia quella vera, anche se il dubbio, tremendo, non se ne va: ci sono piccole assonanze tra le due vicende narrate, richiami e parallelismi sussurrati, che gettano un’ombra gelida sulla copertina del libro che giace di fronte a noi.

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Recensione di Gloria Somaini