Vita straordinaria di un uomo ordinario

Vita straordinaria di un uomo ordinario di Paul Newman

Nel 1986, insieme a un caro amico (lo sceneggiatore di Gioventù bruciata, Stewart Stern) Paul Newman intraprende un progetto: raccogliere in volume tutti i ricordi che su di lui conservavano familiari, amici, colleghi. Per ciascuno di questi ricordi Paul Newman fornisce la propria versione. L’attore impone a tutti gli interpellati una regola: l’assoluta sincerità.

Il progetto dura cinque anni e il suo esito è un racconto ricco di rivelazioni, che riguardano la turbolenta vita giovanile, le insicurezze dell’adolescente e l’approccio con le donne, i successi nel cinema, la rivalità con Marlon Brando e James Dean, la consacrazione di una star mondiale. Vi sono le confessioni sul primo matrimonio, sui problemi con l’alcol e sulla morte prematura del figlio Scott.

Chicca dell’opera è l’inedito racconto della relazione con Joanne Woodward: un amore forte e reciproco, per una donna che ha costituito sostegno intellettuale ed emotivo.

I toni che Paul Newman adotta nel raccontare se stesso sono vari: spesso divertiti, a tratti sofferenti, sempre percepiti come sinceri.

Scorrono così i ricordi degli amici d’infanzia e della marina militare, dei familiari e dei colleghi del cinema e del teatro (Tom Cruise, George Roy Hill, John Huston): tutti elementi costitutivi de La vita straordinaria di un uomo ordinario.

L’autobiografia affronta anche il tema della bellezza come fortuna e maledizione, a partire dal ricordo di una madre interessata solo all’aspetto fisico del figlio, che – dal canto suo – pativa un complesso di inferiorità.

Paul Newman aveva la sindrome dell’impostore. Si giudicava ignorante, lo preoccupava conversare con l’amico Gore Vidal, non si attribuiva nessun particolare talento. Non sapeva nemmeno di essere sexy. Finché non incontrò Joanne Woodward: allora lui era sposato con Jackie Witte, ma fu subito passione, un desiderio sconosciuto esplorato nei motel, nei parchi pubblici, nei bagni o nelle auto a noleggio. L’uomo più bello di Hollywood si sentiva un ornamento e un orfano. Da quando ragazzino tirava craniate alla parete che facevano sgretolare l’intonaco, ma almeno scaricavano la rabbia che non riusciva a esprimere, perché il padre gli parlava appena e la madre  lo considerava decorativo…

Paul Newman detestava l’invadenza dei fan: la donna che in un ristorante a Westport prese una sedia e si accomodò fra lui e Joanne (Paul la cacciò dicendole che era una maleducata); l’infermiera che, alla morte di sua madre, gli chiese l’autografo mentre era ancora al suo capezzale; il fotografo che a una delle prime gare da pilota professionista in Minnesota continuava a fargli foto e a distrarlo sulla griglia di partenza con l’unico obiettivo di riuscire a scattargli l’ultima istantanea da vivo. Così racconta Paul Newman in Vita straordinaria di un uomo ordinario, l’autobiografia postuma in libreria dal 18 ottobre  (in Italia per Garzanti).

Paul Newman nacque nel 1925 in una casa a tre piani a Brighton Road, un sobborgo di Cleveland, da una famiglia benestante, padre ebreo e madre cristiano scientista originaria della Slovacchia. Si sentiva emarginato, durante l’adolescenza, per la statura (solo alla fine della guerra si ritrovò alto 177 centimetri), un po’ per la religione paterna, che non volle mai rinnegare. Quando il cinico produttore Sam Spiegel  (pseudonimo di S.P. Eagle) nel 1953 gli chiese di cambiare nome, lui replicò proponendo S.P. Ewman. Divenne attore solo per la disciplina che si autoimpose. La bellezza era la sua credenziale, ma lui la investì con umiltà e teorizzò la fortuna di Newman: la parte di Rocky Graziano, in Lassù qualcuno mi ama, gli era stata data solo perché James Dean era morto…

Un capitolo doloroso riguarda la fatica di essere padre: come padre, Paul si autoaccusa e si riconosce incapace del ruolo. Per il primogenito Scott, nato dal matrimonio con Jackie Witte, sposata nella totale inconsapevolezza di cosa fosse la vita coniugale, Paul nutre il rimorso di avergli trasmesso l’impulso all’autodistruzione. Quando morì di overdose nel 1978, lui era al Kenyon College (ove era stato studente) per dirigere una pièce e lì continuò le prove come se nulla fosse; si recò in camera mortuaria soltanto tre giorni dopo. Sapeva quanto fosse difficile essere figlio di Paul Newman (ebbe altre due femmine da Jackie e tre da Joanne)…

L’attore fu un filantropo. Nel 1963, in Alabama con Marlon Brando, provò su di sé l’effetto del pungolo elettrico per bestiame che i poliziotti bianchi usavano contro i neri: fece un balzo di tre metri. Come attivista donò quasi un miliardo di dollari. Per i bambini malati, a metà degli anni 80, fondò i campi estivi per farli divertire (in Italia c’è il Dynamo Camp di Limestre, Pistoia).

Ringraziando August Busch, il proprietario della Budweiser che gli aveva dato un contributo di 866 mila dollari, ammise in un biglietto spiritoso  di aver consumato 200 mila lattine della sua birra a partire dai 18 anni. L’alcol era il suo modo di anestetizzarsi…