Willy

Volf Rubin è un giovane ebreo polacco, robusto e silenzioso, molto diverso dai suoi coetanei: non ama studiare, preferisce la natura e gli animali, e si dedica con passione ai lavori agricoli. È completamente l’opposto di suo padre, reb Hersh, un uomo minuto e loquace, che conosce a fondo la Torà e vive per essere “ebreo tra gli ebrei”. Dopo il servizio militare, Volf scopre che il padre ha venduto la tenuta di famiglia e, per ripicca, decide di emigrare negli Stati Uniti. Lì, nella tranquilla e remota campagna americana, Volf si allontana ulteriormente dall’ebraismo, cambiando persino il suo nome in Willy Rubin e diventando un instancabile fattore.

Autore: Israel Joshua Singer

Editore: Giuntina

Autore della recensione: Anna La Marca

 

Recensione

Giuntina pubblica Willy, romanzo breve di Israel Joshua Singer, tradotto da Enrico Benella. È la storia di Volf Rubin, ebreo galiziano che diventa Willy Robin negli Stati Uniti.

Il nome è importante per definire un’identità, ma a Volf/Willy forse non interessa. Gli interessa una vita diversa da quella a cui è destinato: sinagoga, comunità, casa di studio, kasherùt. Volf ha il fisico forte e massiccio del contadino goy, vuole fare l’agricoltore e allevare cavalli, come Roch il fattore gentile che gestisce la proprietà della famiglia. Torà e Talmud non gli entrano in testa. Il padre, reb Hersh, non se ne capacita: quel figlio non pare figlio suo, figlio della comunità, non pare ebreo. E mentre Volf svolge con entusiasmo il servizio militare – tanti ragazzi della comunità riuscivano a evitarlo grazie alla costituzione gracile – il padre svende la fattoria che era stata del suocero e acquista una misera bottega in un villaggio fangoso, in cui il figlio avrebbe dovuto necessariamente dimenticare la vita in campagna ed entrare a pieno titolo nella comunità dello shtetl.

Volf non parla, non protesta, non si affida alle parole, mascappa e si imbarca come tanti verso gli Stati Uniti. Prestissimo si rende conto che le sue mani da contadino non sono adatte ai laboratori e alle fabbriche di New York e che il suo temperamento non gli può consentire di fare affari come venditore ambulante tra le fattorie delle campagne americane.

Un vecchio e silenzioso fattore che vive con la figlia gli darà inaspettatamente l’opportunità di lavorare in campagna: Volf torna alla terra e agli animali, sposa la donna ed eredita poi la fattoria. È lì che Volf diventa Willy, nella nuova frontiera che gli dà la possibilità di tornare alla sua vera origine, alla sua vocazione. In poco tempo diventa americano, impara le poche parole di inglese che gli servono per vivere e quasi dimentica lo yiddish.

Solo le notizie lette su un giornale locale lo riportano a pensare alla famiglia quando scopre che il suo shtetl è tra quelli devastati dalla guerra. Così, sopraffatto dal senso di colpa, in una faticosa lingua a metà tra lo yiddish e l’inglese, scrive una lettera ai genitori. Padre e madre emigrano negli Stati Uniti e si stabiliscono nella fattoria. Ma lì riesplode il conflitto con il padre, tra il mondo ebraico dello shtetl e quello rurale e asciutto della fattoria, tra il parlare fiorito di citazioni talmudiche di reb Hersh e il secco e perenne well pronunciato da Willy a mezza bocca. Perché reb Hersh non ha nessuna intenzione di farsi assimilare dalla vita americana, vivere in una casa senza mezuzot sulle porte, mangiare carne non kosher e disputare con un rabbino sbarbato. Esplode con la moglie che tenta di trovare un compromesso con la vita del figlio che li ospita: Donna, io non venderò la mia anima per una pentola di piselli!

Il pio e petulante reb Hersh riesce in poco tempo ad attirare nella fattoria businessmen ebrei e assimilati che vivevano nelle città vicine. La domenica è tutta una processione di automobili: un pellegrinaggio per assaggiare pietanze kosher cucinate da Esther e dallasuocera, per acquistare uova, frutta e fiori e soprattutto per ascoltare le prediche di reb Hersh, che riesce a legarsi in amicizia pure con il miscredente farmacista.Come desiderava, reb Hersh era di nuovo circondato da ebrei. Difficile non pensare in questo caso alla Toràcome “patria portatile, secondo la definizione di Heinrich Heine. A sugello, uno dei figli di reb Hershcon una sfilza di bambini, di bagagli e di oggetti raggiunge la fattoria dallo shtetl portando, avvolto in uno scialle da preghiera, il rotolo della Torà del padre.

Willy non ha il respiro narrativo e la dimensione epica deI fratelli Ashkenazi o La famiglia Karnowski. Qui Singer non pare interessato tanto a raccontare una storia, quanto ad affrontare una questione che certamente lo ha riguardato in prima persona: quella del contrasto tra identità e assimilazione.

I personaggi sembrano modelli e il racconto è scarno al punto che solo quattro di essi hanno un nome: Volf/ Willy, reb Hersh, Roch ed Esther. La madre di Willy non ha un nome, come non lo ha il precettore, l’industriale di New York che lo assume appena sbarcato, il venditore ambulante che lo introduce al mondo del business americano, il vecchio che lo riporta in una fattoria e che poi diventa suo suocero, il farmacista che inizia a frequentare il padre, il rabbino, ecc. I loro nomi non servono. Serve quello di Volf/Willy; serve quello del padre, identità e cultura da cui il figlio prende le distanze; serve quello di Roch, figura di fattore a cui Willy si ispira e opposto del padre; serve, per chiudere il cerchio e per tentare una composizione in questa frattura, il nome di Esther, la moglie gentile madall’evocativo nome ebraico che si converte alla religione della famiglia del marito, che impara dalla suocera a benedire le candele dello shabbat, che si avvicina alla cucina kosher e che rispetta in silenzio il suocerocome se fosse stato un religioso”.

Pare di leggere un Esodo singolare: Volf fugge dalla schiavitù della sua casa per approdare come Willy alla libertà della terra di Canaan, la terra abitata da altri popoli, che però significa assimilazione e accettazione di dèi stranieri. , però, ecco l’intervento di reb Hersh, determinato a ricostruire il Tempio distrutto con l’abbandono della comunità santa stretta nel culto del vero Dio. Ma questo Tempio ha comunque il sapore del business, il Willy’s summer place, la fattoria sopraelevata di un piano e ristrutturata per accogliere gli ospiti,rischia di diventare una trappola per entrambi.

Lo è sicuramente per il protagonista: “Volf guardava accigliato le automobili nuove che spaventavano i suoi polli, le mucche e i cavalli; inspirava l’odore acre di benzina che appestava l’aria, e se ne andava nella stalla dai suoi cavalli senza dire una parola. Pensò di andarsene da lì come già dallo shtetl, quando all’improvviso se ne era andato di casa di notte e aveva passato la frontiera. I cavalli allungarono il muso per farsi accarezzare e nitrirono languidamente verso di lui”.

Solo una nuova fuga può mettere in salvo la libertà guadagnata, ma solo la “patria portatile” di reb Herschpuò salvare l’identità.

È una cosa che prova a spiegare, oltre vent’anni dopoWilly, Hertz Dovid Grein, il protagonista di Ombre sull’Hudson scritto dall’altro Singer, Isaac Bashevis, Nobel 1978: A mio padre, la pace sia con lui, rivolgevo sempre domande ispirate dal dubbio. Ad esempio, dov’è scritto nella Torah che gli uomini non possono tagliarsi la barba? Oppure portare giacche o bombette? Mi ricordo che una volta mio padre mi rispose in tono brusco: non è scritto da nessuna parte, ma se oggi indossi una giacca corta, domani peccherai con una donna sposata. Allora non avevo compreso le sue parole, ma si sono rivelate profetiche. Non si possono osservare i Dieci Comandamenti se si vive in una società che li infrange. Un soldato deve vestire l’uniforme e abitare in caserma. Chi vuole servire Dio deve portare le sue insegne e isolarsi da coloro che servono soltanto se stessi. La barba, i peyes, la fascia per la preghiera, il tallit katan, sono l’uniforme dell’ebreo, i segni esteriori della sua appartenenza al mondo di Dio e non ai bassifondi. […] La Torah è l’unico insegnamento efficace per imbrigliare la belva umana. […] Un tempo siamo stati un popolo santo. Grazie a Dio, una traccia di quel popolo è rimasta.

Ma questa è la riflessione di un uomo stanco e deluso.L’oscillazione del pendolo tra libertà e assimilazione da un lato e identità dall’altro non si arresta mai, di generazione in generazione.

Recensione di Anna La Marca