Life. La mia storia nella Storia

Nel raccontare qui per la prima volta la storia della sua vita, ripercorsa attraverso gli eventi che hanno segnato l’umanità negli ultimi ottant’anni, Papa Francesco condivide le origini di quelle idee che in molti considerano audaci e che contraddistinguono il suo pontificato: dalle coraggiose dichiarazioni contro la povertà e la distruzione ambientale, alle dirette esortazioni ai leader mondiali affinché traccino una rotta diversa su temi come il dialogo tra i popoli, la corsa agli armamenti, la lotta alle diseguaglianze.

Dallo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939 – quando il futuro Pontefice aveva quasi tre anni – fino ai giorni nostri, Jorge Mario Bergoglio prende per mano le lettrici e i lettori accompagnandoli con i suoi ricordi lungo un viaggio straordinario attraverso i decenni. La voce del Papa, con le sue personalissime memorie, si alterna a quella di un narratore che in ogni capitolo ricostruisce lo scenario storico in cui si inseriscono. Nelle parole del Pontefice: «Life vede la luce perché, soprattutto i più giovani, possano ascoltare la voce di un anziano e riflettere su ciò che ha vissuto il nostro pianeta, per non ripetere più gli errori del passato. Pensiamo, ad esempio, alle guerre che hanno flagellato e che flagellano il mondo. Pensiamo ai genocidi, alle persecuzioni, all’odio tra fratelli e sorelle di diverse religioni! Quanto dolore! Giunti a una certa età è importante, anche per noi stessi, riaprire il libro dei ricordi e fare memoria: per imparare guardando indietro nel tempo, per ritrovare le cose non buone, quelle tossiche che abbiamo vissuto insieme ai peccati commessi, ma anche per rivivere tutto ciò che di buono Dio ci ha mandato. È un esercizio di discernimento che dovremmo fare tutti quanti, prima che sia troppo tardi!»

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Ed ecco il parere di Aldo Cazzullo sull’autobiografia di papa Francesco:

L’autobiografia del Papa è bellissima, perché il Papa ha una bellissima storia. Mi ha colpito in particolare un aspetto. Bergoglio, pur essendo salito sul trono di Pietro, si sente o comunque a volte ama presentarsi come vittima, come incompreso, come detestato dal vecchio che non vuole arretrare, a cominciare dalla Curia. Non c’è dubbio che la Curia abbia frenato alcune sue riforme; ma la Curia non è un moloch, è fatta da esseri umani, poco conosciuti dal grande pubblico, e diversi tra loro. A occuparsi di cultura e istruzione, ad esempio, c’è un cardinale portoghese scelto da Bergoglio, José Tolentino de Mendonça, figlio di pescatori, poeta, degno erede del cardinal Ravasi e della sua mente meravigliosa, che va tenuto d’occhio per il futuro; poi certo c’è anche l’ex legionario di Cristo cardinale Vergez, presidente del Governatorato, che considera la Sistina come la propria cappella privata. La seconda cosa è che, per capire Bergoglio, occorre capire il contesto da cui viene: un Paese, l’Argentina, che non è semplicemente un Paese povero; è un Paese che si è impoverito, cosa molto diversa (un po’ quello che sta accadendo all’Italia). È un Paese di donne e uomini di cultura, di estrazione europea, che non ama «los gringos» come vengono definiti nel libro, i nordamericani, e che guarda all’Europa con un sentimento insieme di rimpianto e di severità. La vicinanza ai poveri, agli ultimi, agli abbandonati, il gesuita Bergoglio l’ha praticata non solo da sacerdote e da vescovo ausiliare di Buenos Aires — undici milioni e mezzo di abitanti, un terzo degli argentini —, ma anche nel periodo che definisce «el destierro», l’esilio per punizione, quando si prendeva cura dei confratelli malati, li accudiva, li lavava. Ecco, un Papa che lava un anziano non autosufficiente ha fatto un’esperienza che, come scrive, si è rivelata molto utile. È allora che è nato quel discorso da tre minuti sulla «Chiesa in uscita», che ha molto impressionato gli altri cardinali alla vigilia del conclave, ed è stato importante per l’elezione. E il messaggio del libro è che pure ognuno di noi nell’esilio può trovare la via di casa.