L’immensità

L’immensità di Emanuele Crialese

«Che importanza ha che sia stato una donna? Quello che conta è ciò che faccio oggi. Sono un uomo e una donna come gli altri? No: sono io. Ho fatto cinema nella speranza di raccontare un giorno questa storia».

Emanuele Crialese è tornato in gara al Lido di Venezia con «L’immensità» (uscito nelle sale il 15/9 per Warner) e una musa chiamata Penelope Cruz. È nato — è lui a dirlo — Emanuela: è diventato Emanuele. Nell’ambiente un po’ si sapeva, lui la racconta oggi, questa storia che non potrebbe essere più intima e personale: quella di una bambina che si sente maschio.

La sua storia. «Sì, mi riguarda molto da vicino. Ma non è un film sulla transizione e sul coming out, sarebbe disinformazione dirlo. È un film fortemente autobiografico».

Roma, Anni ’70, un marito traditore seriale che picchia la moglie, lei lo subisce, la figlia maggiore si chiama Adri. «Hanno una connessione forte – racconta Penelope – la casa per loro due è una specie di carcere, la figlia dice mi avete creato male, e che viene da un’altra galassia, invoca un extraterrestre che la porti in un’altra dimensione. Ho fatto questo film anche per il tema delle violenze domestiche».

Una distanza estranea: il cinema di Emanuele Crialese, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino - copertina

UNA DISTANZA ESTRANEA a cura di Luisa Ceretto e Roberto Chiesi
Il cinema di Emanuiele Crialese, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino

Nella società italiana degli ultimi anni, il disagio e il malessere hanno assunto forme pericolosamente indistinte e insinuanti che sembrano sfumare in un’indecifrabilità sfuggente, dove le tensioni nascono da alcune contraddizioni che assumono un rilievo sempre più inquietante (crisi e benessere, progresso tecnologico e degrado culturale, causato soprattutto da una televisione aberrante). L’omologazione descritta da Pasolini oltre trent’anni fa ha ormai acquisito la livida fisionomia di una diagnosi che ha trovato nel berlusconismo una conferma drammatica.
In una situazione simile, il cinema italiano rileva evidenti difficoltà a catturare la natura profonda e concreta della realtà che stiamo vivendo. Ma esistono alcune interessanti eccezioni, autori che sembrano raccontare storie che non concernono il presente e invece ne evocano, più o meno indirettamente, i lineamenti di malessere.
La prospettiva della distanza può essere rivelatrice della complessità di un fenomeno: è appunto la distanza che hanno scelto tre giovani cineasti dalla personalità molto diversa, come Emanuele Crialese, Matteo Garrone e PaoloSorrentino, appartenenti alla medesima generazione (sono nati fra il 1965 e il 1970), per narrare storie italiane che riflettono, senza didatticismi , le ombre e i gangli degli anni che stiamo vivendo.

Edizioni di Cineforum 2006, pp. 80, ill. prezzo di copertina € 7,20
ISBN 9788889653067

Ed ecco la recensione al film di Crialese pubblicata da www.i-filmsonline.com

Venezia 79: la recensione de L’immensità, Emanuele Crialese racconta la sua infanzia

Spaccato di vita famigliare nella Roma borghese degli anni ’70 e coming of age adolescenziale di un ragazzo trans, tutto questo viene messo in scena da Emanuele Crialese nel suo ultimo film, dove il regista ci racconta la sua storia.

Adriana è un ragazzino che lotta tutti i giorni per farsi guardare con gli stessi occhi con cui vede se stesso, quelli che vedono Andrea, così si presenta. Per farlo deve superare le resistenze di una famiglia in disfacimento, con un padre padrone che obbliga la moglie a casa ad accudire i figli mentre passa le giornate fuori per lavoro e con altre donne, salvo tornare ogni sera per cena e imporre ai tre figli una rigida disciplina. Tutto questo mentre Clara (Penelope Cruz), la madre dei ragazzi cerca di crescerli amorevolmente reprimendo la sofferenza che le provoca la vita coniugale.

La storia rimpalla tra i personaggi di Andrea e della mamma cercando di fornire un quadro dei loro drammi personali calati all’interno dell’epoca in cui si ambientano le loro vicende che, sebbene si compenetrino inevitabilmente, a livello narrativo arrivano ben presto a pestarsi i piedi, facendo perdere la bussola allo spettatore. Andrea ha a che fare contemporaneamente con la scoperta dell’amore, riservato a Sara, una ragazza che vive nelle baracche oltre il canneto di fronte alla bella palazzina borghese del protagonista, e con il tentativo di guadagnarsi l’attenzione di sua mamma, che nello specifico del loro rapporto sembra più impegnata a farsi amare dai figli che a riconoscerli e guidarli. Tutte le implicazioni di un rapporto così complesso però faticano a trovare strada e rimangono solo in superficie senza mai addentrarsi veramente nella psicologia dei personaggi e senza fornire ai temi sollevati il riguardo che meritano. Questo si nota con dispiacere, perché…

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