L’inferno di Dante al liceo classico di Como

In cartellone lo spettacolo è previsto alle ore 20.

E come mai, quando scocca l’ora, non si può ancora accedere al cortile del liceo classico Volta di Como per fruire della rappresentazione nella quale convergono creatività di studenti e sperimentalismo dei registi?
Ce lo spiega il regista Pino Di Bello, affacciandosi al portone (la citazione non è testuale, la riportiamo liberamente):
«Si tratta di studi. Tentativi che troveranno compimento il prossimo anno. Secondo alcuni le visioni che Dante riprodusse nell’Inferno erano frutto di pazzia. Quando la legge impose la chiusura del San Martino di Como (ndr: il manicomio), uno degli ultimi pazienti lì ricoverati si aggirò per la città: diceva di essere Dante, proclamava i versi dell’Inferno come se li avesse composti lui, li scrisse sui muri dell’Esselunga…»
Lo sappiamo, pensiamo noi, i più sensibili – e gli artisti – sono quelli che soffrono maggiormente.

Finalmente varchiamo il portale, con un’idea vaga di quello che ci aspetta.
I giovani attori sono lì, nel corridoio. In tunica bianca, il volto pallido e sofferente. Si lamentano. Si contorcono. Che sia l’Antinferno?
Il pubblico prende posto, le anime dei dannati si aggirano inquiete. Si lamentano. Si aggrappano alle inferriate delle finestre, quasi fossero le sbarre di una prigione.
La drammatica testimonianza dell’esperienza dell’elettroshock scuote le nostre coscienze.
Intanto le scene della città dolente e la rappresentazione dell’eterno dolore procedono in forma ibrida: i versi di Dante si alternano alle declinazioni del disagio psichico, i mali dell’amore s’intrecciano alle convulsioni della mente.
E se Virgilio fosse il medico?
I parallelismi tra l’inferno dantesco e l’inferno della follia sono efficaci.

Le anime dei dannati intonano in coro una canzone di Mina:
“Ma ogni tanto sento che
gli artigli neri della notte
mi fanno fare azioni non esatte.
D’un tratto sento quella voce
e qui comincia la mia croce
vorrei scordare e ricordare
la mente mia sta per scoppiare
E spacco tutto ciò che trovo
ed a finirla poi ci provo
tanto per me non c’è speranza
di uscire mai da questa stanza.”

Le similitudini incalzano: e se il torrente Cosia fosse lo Stige o l’Acheronte?
E torna una testimonianza del Dante comasco dell’era contemporanea: «Com’è possibile camminare su un prato verde e sentirsi così tristi?»

Applaudire è uno sfogo all’emozione.
Per una rappresentazione così calzante, così attuale, così visceralmente interpretata.
Gli applausi piovono sui ragazzi, che chiamano il regista e la professoressa Ornella Marelli a condividere il meritato successo.

di Ilaria Spes