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Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Esplorazioni letterarie

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, pubblicato da Einaudi nel 2025, nasce come un racconto in prima persona che mette al centro una mente in frattura e un corpo che registra ogni incrinatura. Fin dalle prime pagine il libro chiarisce il proprio territorio. Non si tratta di una storia edificante o di un percorso di guarigione, ma dell’esposizione diretta di una condizione di instabilità permanente, vissuta e nominata dall’interno.

La voce che parla è quella di un uomo di quarant’anni che vive in Abruzzo, lontano dalla Milano di un “prima” ricordato come necessario e salvifico, e che attraversa le giornate in una prossimità costante con la paura, l’allucinazione, la medicalizzazione, la solitudine. Il tono è crudo, a tratti ossessivo, ma attraversato da una lucidità che non chiede indulgenza.

La situazione di partenza è quella di un ritorno e di un confinamento. Dopo anni trascorsi altrove, il protagonista si ritrova in una cittadina dove il tempo sembra immobile, scandito da rituali ripetuti. La palestra, la spiaggia, le visite mediche e le ore in casa con la madre. È un tempo viscoso, in cui l’attesa diventa lo spazio privilegiato dell’irruzione dei pensieri.

Ogni giornata è una prova di equilibrio, un tentativo di restare in piedi su un orlo instabile (proprio quello che dà il titolo al libro). Il racconto procede per episodi, descrizioni, ritorni improvvisi al passato. Milano e l’importanza che ha rappresentato, l’infanzia in campagna, la nonna, la bicicletta, gli animali, un fratellino morto troppo presto. Non c’è una progressione lineare, né una tensione verso una conclusione risolutiva. La traiettoria del protagonista è circolare, fatta di avanzamenti minimi e ricadute, di brevi picchi di consapevolezza seguiti da nuove ondate di dolore.

Al centro di questo movimento c’è il rapporto con la malattia psichica, che nel libro non viene mai astratta o trattata come categoria. È una presenza molto concreta che viene nominata attraverso diagnosi, cartelle cliniche, farmaci, effetti collaterali. Disturbo bipolare, spettro dell’autismo, dissociazione dell’io, pensieri di mancata autoconservazione non sono etichette teoriche, ma parole che hanno un peso specifico, che incidono la vita quotidiana e la percezione di sé.

Il protagonista è visto come un soggetto considerato gestibile e collaborativo, seppur sempre con l’idea di essere un corpo difettoso, fuori asse rispetto al mondo. La medicalizzazione è uno dei nodi centrali del racconto. Le pasticche assunte ogni giorno, la chimica che attraversa il cervello, la sessualità compromessa, la difficoltà di distinguere ciò che appartiene alla malattia e ciò che è prodotto dai farmaci.

La dimensione corporea è infatti uno degli elementi più forti del libro. Lo sbilico non racconta la sofferenza come un puro fatto mentale, iscrivendola piuttosto nei muscoli, nei nervi, negli organi. La palestra è un luogo di disciplina e di sfogo, ma allo stesso tempo è uno spazio in cui tentare di recuperare nel corpo ciò che la mente perde in lucidità. Allenarsi costituisce una strategia di sopravvivenza, una costruzione di carne contro il rischio della dissoluzione. Allo stesso modo, le allucinazioni, le crisi di panico, i tremori, la tachicardia, l’ossessione per possibili malattie si manifestano sempre come eventi fisici, localizzati, dolorosamente tangibili. Il corpo costiuisce quindi il campo di battaglia in cui la psicosi prende forma e si rende visibile.

Accanto al corpo, un ruolo decisivo è giocato dalla famiglia. La madre occupa una posizione centrale, ambigua e irrinunciabile. Lei è allo stesso tempo origine e argine, figura di accudimento e luogo di conflitto. La convivenza con lei, fino al dormire nello stesso letto, è un tentativo di contenimento reciproco, un gesto estremo per placare l’angoscia e tenere a bada gli inganni della mente.

La sua malattia, un tumore, segna uno spartiacque nella vita del protagonista e diventa uno dei punti di massima intensità emotiva del libro. Attorno a questa relazione gravitano altre figure familiari: un padre che nega la malattia del figlio, incapace di riconoscerla e di nominarla, un fratello vivo che rappresenta una normalità inattingibile, e il ricordo ossessivo di un fratellino morto, che assume i contorni di un trauma originario, una prefigurazione del male a venire.

L’Abruzzo, la regione nella quale vive, è fatto di luoghi ripetuti, quasi claustrofobici, mentre il passato si colora di immagini più aperte: la campagna, gli animali, la libertà infantile. Milano, nei ricordi, è invece vista come una città che sembrava in grado di sostenere la vita, un luogo di possibilità che ora si è trasformato in rimpianto. Si definisce quindi una sorta di geografia interiore e, in questa geografia, ogni luogo corrisponde a uno stato della mente.

Uno dei fili più riconoscibili del libro è l’ossessione per le parole. Fin dall’adolescenza, il protagonista sviluppa un rapporto quasi fisico con il linguaggio: dizionari, lessici, biblioteche sono luoghi di ricerca quotidiana, tentativi di trovare i termini esatti per ridurre l’irriducibile e nominare l’innominabile. Le parole sono cercate, studiate, archiviate in “lessicari” personali, come se potessero funzionare da argine ai pensieri, da guinzaglio per l’allucinazione.

Dal punto di vista formale, Lo sbilico è un testo frammentario, composto di momenti che si rincorrono, si sovrappongono, si contraddicono. La trama non è tradizionale, ma costruita come una successione di stati, di immagini, di episodi che rispecchiano l’andamento diseguale della mente che li produce. La lingua è precisa e affilata, capace di alternare il registro quotidiano a termini medici, neologismi, combinazioni inaspettate. Ogni scelta linguistica sembra rispondere a un’urgenza di esattezza, al bisogno di trovare una parola che aderisca il più possibile all’esperienza. La prosa riesce così a essere insieme poetica e brutale, capace di urtare e di lenire nello stesso movimento.

Questa scrittura restituisce con particolare efficacia la sensazione di vivere su una soglia, in uno spazio in cui la fiducia nella realtà è continuamente messa alla prova. Il libro insiste su questo punto: la normalità quotidiana si regge su una fede implicita nella stabilità del mondo, nella continuità del corpo, nella prevedibilità degli eventi. Quando questa fede viene meno, ogni gesto diventa problematico, ogni percezione può trasformarsi in minaccia. Lo sbilico racconta proprio questo venir meno della fiducia, questa esposizione costante all’incubo, senza mai trasformarla in spettacolo o in allegoria astratta.

La dimensione testimoniale del libro si allarga così a una riflessione più ampia sulla contemporaneità. Senza mai assumere un tono didascalico o sociologico, il testo illustra le incongruenze di un sistema sanitario e sociale che spesso si limita a gestire, sedare, normalizzare, lasciando il singolo in una solitudine radicale. La facilità con cui vengono prescritte terapie invasive, la difficoltà di orientarsi tra regole e divieti, l’assenza di un vero spazio di ascolto emergono come elementi strutturali del racconto, intrecciati alla vicenda individuale.

La lettura di Lo sbilico può magari mettere a disagio in quanto costringe il lettore a sostare in una zona che di solito si evita. Nonostante ciò, la sua lettura apre uno spazio di riconoscimento e di messa in discussione che arricchisce, specialmente (ma non solo) chi, almeno una volta, abbia dubitato della solidità dei propri pensieri, della trasparenza della realtà, della coincidenza tra ciò che si sente e ciò che si è.

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