L’Opera di Torquato Tasso al centro del Mediterraneo

Qualcuno non legge più Torquato Tasso (Sorrento, 1544 – Roma, 1595), qualcuno trova che sia eccessivamente difficile, e poi scrive in versi e i suoi Dialoghi appaiono superati. Confinato così come è fra la fine del Cinquecento e l’incipiente stagione del Barocco, c’è anche chi vorrebbe escluderlo dal canone degli studi.

Certamente l’essere vissuto in un’epoca di tremenda transizione, fra un secolo e l’altro, mentre il Rinascimento subiva la censura della Controriforma cattolica, e trovandosi a non poter agire – creare con la libertà di Ariosto, e a non poter ancora giocare con la Letteratura con la spregiudicatezza di Marino, non ha giovato a un poeta sensibilissimo (dovremo attendere Leopardi affinché qualcuno se ne accorgesse), tormentato e scrupolosissimo.

Coraggiosissimo o folle? Non dobbiamo dimenticare che volontariamente si pone al vaglio degli inquisitori, chiamati a sciogliere i dubbi di eresia sulla sua Opera, covati dall’autore, bisognoso di regole, di indicazioni, di riscontri intellettuali e per la sua coscienza. Torquato è un intellettuale che veramente potrebbe assomigliare a un uomo nostro contemporaneo: di fronte a un mondo che crolla, a valori che mutano, a significati che metamorfizzano, avverte più e più distintamente degli altri la scossa tellurica che farà crollare la stagione rinascimentale, e ne soffre, ne è lacerato. Vorrei proporre un ardito paragone: egli è come un nostro contemporaneo che ha visto gli anni Ottanta, i Novanta e poi si è anche tormentato per il crollo delle Torri Gemelle, e oggi si interroga sugli attentati. Un mondo crolla e non v’è certezza alcuna sul futuro. L’irrequietudine di Torquato è la nostra. La tentazione di vivere fra due mondi, nell’uno e nell’altro con la medesima intensità, non lo abbandona mai e lo tortura continuamente. Qui la radice della sua poesia.

L’Opera di Tasso è un’opera aperta al Mediterraneo: guarda all’Europa delle corti e al contempo si muove nelle acque agitate che si scagliano sulle sponde delle terre che costringono, piuttosto che liberare il mare.

L’inquietudine e l’insofferenza per la sua epoca e per la mancanza di libertà creativa costituiscono un filo tramato in tutti i suoi capolavori: il dramma pastorale AmintaLe Rime, la tragedia Il re Torrismondo, il poemetto Il Mondo creato, i DialoghiLa Gerusalemme liberata.

Il poema della Liberata è il suo capolavoro: vi si coglie immediatamente il desiderio di fondere nella struttura della tragedia classica (secondo i dettami della Poetica di Aristotele) la materia dell’epica rinascimentale, ma con la novità del tema religioso, all’interno della prima crociata, che domina fra la lotta delle forze infernali che tentano di contrastare i voleri divini. L’uomo è al centro di questo duello che si svolge in venti canti, il cui tono passa dal lirico al tragico, dal romanzesco in versi (ottave di endecasillabi) all’epico – epico classico. L’eroe protagonista, Goffredo di Buglione, è un eroe tutt’altro che rinascimentale: egli affronta l’angoscia dell’indecisione, è preda del tormento, si addossa tutta la responsabilità di richiamare all’ordine e motivare una schiera di crociati imbelli, intenti a seguire i loro interessi terreni piuttosto che a combattere per la causa comune, nella consapevolezza che i mori, coloro che assediano Gerusalemme, al contrario lottano con fede incrollabile e senza mai perdere di vista il loro obiettivo. Si potrebbe dire che il pius Goffredo, come Enea, sia solo nella lotta. Leggendo il poema nella sua interezza non si può non rimanere abbagliati e affascinati da Rinaldo. Tancredi e Clorinda sono invece votati all’amore impossibile, al dolore, alla malinconia per tutta la vita: l’amore non li salva, ma li lacera e tortura, fino alla morte di Clorinda e alla misera esistenza in solitudine di Tancredi.

In particolare la Liberata, oggi, andrebbe letta come un grande poema-tragico che raccoglie le tradizioni del Mediterraneo: fra le esigenze della Controriforma e l’avanzata dei Turchi, reperendo le sue fonti nell’epica greco-romana del mare (IliadeOdisseaArgonauticheEneide), l’epica che aveva narrato il Mediterraneo in tutte le sue peculiarità e misteriosi approdi. La vittoria a Lepanto (1571) sembrava aver diffuso un insano messaggio: ormai non c’è più alcun pericolo e non occorrono più “crociate” contro gli infedeli.  Per Tasso tuttavia l’immagine del Mediterraneo, nel quale si svolgono gli andirivieni dei crociati e degli infedeli, è un mare in guerra/di guerra: non c’è fine, non c’è ricomposizione, non c’è approdo salvifico. Nemmeno l’amore vince il confitto in atto. Quello che, in fondo, Tasso narra nella sua poesia tragica altro non è se non uno scontro di civiltà (Cristiana e Islamica), nelle quali i buoni e i cattivi non si possono più certamente riconoscere. Sarebbe bello credere che ciò accada perché sono ormai tutti divenuti buoni, ma al contrario l’irriconoscibilità del bene e del male dipende da un fatto, che Tasso presenta, per la prima volta nella nostra letteratura: ognuno (cristiano o islamico) cova egualmente bene e male.

Ecco un exemplum di questo mare, dove la storia dalla Grecia antica e da Roma dura e perdura fino ai nostri giorni, fin sulle coste dell’Oriente e dell’Africa:

CANTO DICIASSETTESIMO

Gaza è città de la Giudea nel fine,
su quella via ch’invèr Pelusio mena,
posta in riva del mare, ed ha vicine
immense solitudini d’arena,
le quai, come Austro suol l’onde marine,
mesce il turbo spirante, onde a gran pena
ritrova il peregrin riparo o scampo
ne le tempeste de l’instabil campo.

Del re d’Egitto è la città frontiera,
da lui gran tempo inanzi a i Turchi tolta,
e però ch’opportuna e prossima era
a l’alta impresa ove la mente ha vòlta,
lasciando Egitto e la sua regia altera
qui traslato il gran seggio e qui raccolta
già da varie provincie insieme avea
l’innumerabil oste a l’assemblea.

Musa, quale stagione e qual là fosse
stato di cose or tu mi reca a mente:
qual arme il grande imperator, quai posse,
qual serva avesse e qual compagna gente,
quando del Mezzogiorno in guerra mosse
le forze e i regi e l’ultimo Oriente;
tu sol le schiere e i duci e sotto l’arme
mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme.

Poscia che ribellante al greco impero
si sottrasse l’Egitto e mutò fede,
del sangue di Macon nato un guerriero
se ‘n fe’ tiranno e vi fondò la sede.
Ei fu detto Califfo, e del primiero
chi n’ha lo scettro al nome anco succede.
Cosí per ordin lungo il Nilo i suoi
Faraon vide e i Tolomei dopoi.

Volgendo gli anni, il regno è stabilito
ed accresciuto in guisa tal che viene,
Asia e Libia ingombrando, al sirio lito
da’ marmarici fini e da Cirene,
e passa a dentro incontra a l’infinito
corso del Nilo assai sovra Siene,
e quinci a le campagne inabitate
va de la sabbia e quindi al grande Eufrate.

A destra ed a sinistra in sé comprende
l’odorata maremma e ‘l ricco mare,
e fuor de l’Eritreo molto si stende
incontra al sol che matutino appare.
L’imperio ha in sé gran forze, e piú le rende
il re ch’or lo governa illustri e chiare,
ch’è per sangue signor, ma piú per merto,
ne l’arti regie e militari esperto.

Questi or co’ Turchi, or con le genti perse
piú guerre fe’: le mosse e le respinse;
fu perdente e vincente, e ne le averse
fortune fu maggior che quando vinse.
Poi che la grave età piú non sofferse
de l’armi il peso, alfin la spada scinse;
ma non depose il suo guerriero ingegno,
e d’onor il desio vasto e di regno.

Ancor guerreggia per ministri, ed have
tanto vigor di mente e di parole,
che de la monarchia la soma grave
non sembra a gli anni suoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regni Africa pave
tutta al suo nome e ‘l remoto Indo il cole,
e gli porge altri volontario aiuto
d’armate genti ed altri d’or tributo.