Lorenzo Mazzoni e le sue “suggestioni”

Lorenzo Mazzoni

L’atmosfera è quella di “passaggio”, di quelle che si può trovare in un viaggio unico, seduti in un locale in cui hai la sensazione che non tornerai più, non così almeno.

Il momento è l’incontro con uno scrittore che è prima di tutto un viaggiatore, un osservatore attento, rispettoso dei luoghi che attraversa, aperto a influenze e a significati nuovi da trasformare in  parole e immagini.

Lorenzo Mazzoni, giunto a Milano per la presentazione del suo “Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico”, ha risposto a qualche domanda in un’intervista che poi è stata una piacevole chiacchierata, lungo un percorso di vita che lo ha visto viandante, reporter e scrittore, dentro e fuori la sua Ferrara, dall’Italia  a luoghi remoti del  mondo, passando attraverso un Est europeo ancora poco noto.

Le mie domande sono state rivolte prima di tutto al “viandante” e al reporter che, a proposito della contaminazione tra il reportage ed il romanzo, spiega come l’esigenza di conoscere e di documentare la realtà – caratteristica  propria del servizio giornalistico – costituisca certamente il punto di partenza per la narrativa, che dall’esperienza trae spunto per affidarsi poi all’immaginazione.

“Ci sono scrittori che non hanno mai lasciato la propria terra e che hanno saputo raccontare di luoghi mai visti – come Salgari ad esempio” spiega Mazzoni “o come diversi autori contemporanei”. “Da una cosa però uno scrittore non può prescindere per essere credibile: deve conoscere il proprio territorio per scrivere di ciò che sa, deve sporcarsi le mani, entrarci e viverne le contraddizioni, i problemi, la storia”.

E Lorenzo Mazzoni la sua Ferrara – in cui tra l’altro si svolgono le indagini del suo sbirro anarchico – la conosce bene.

Mi rivolgo ora allo scrittore.

Nei tuoi scritti troviamo spesso un’umanità devastata dalla bruttezza, sbagliata, irriverente,disillusa, ma terribilmente reale, come il fatto che non esista una linea di demarcazione netta tra il bene ed il male, categorie generiche e forse ormai svuotate di qualsiasi contenuto. Rimangono gli uomini e le loro azioni. Il tuo personaggio Pietro Malatesta ne è un esempio, un po’ sbirro e un po’ teppista. Come nasce questo poliziotto anarchico?

“Malatesta non sarebbe mai nato se la polizia non avesse ucciso Federico Aldrovandi. L’ippodromo di Ferrara  – in cui si è verificato il fatto di cronaca – è un luogo a cui sono legato sin dall’infanzia e che ho sentito violato nella sua innocenza proprio da quanto accaduto allora. In quel periodo stavo lavorando ad un libro che aveva a che fare con l’eversione nera degli anni 70 e la banda di Fioravanti, quindi a tutt’altra storia. Mi sono sentito quindi di creare un personaggio che prendesse in qualche modo in giro la polizia, un antieroe direi.

Malatesta è realistico, proprio perché inserito in una condizione che è quella tipica della città di provincia. Nasce tra l’altro da una figura reale: un capo ultrà della curva ferrarese degli anni 80 e 90 che è diventato poi un militare di carriera, una persona che conosco molto bene e a cui mi sono ispirato.

Direi che non ci sono buoni e cattivi nel libro, come nella vita in generale. A Malatesta, come a molti altri nella loro esistenza, capita di dover scendere a compromessi: lavora in polizia ed è inserito in un sistema di cose in cui cerca tuttavia di trovare una propria etica per non perdere di vista  se stesso. Pietro Malatesta è un estremista ma anche un anello di congiunzione.
Le storie che racconto poi nascono da ciò che vedo: dal grattacielo che esiste veramente a Ferrara e che è diventato simbolo della multietnicità della città, al parco cittadino punto di ritrovo delle badanti. Credo che Malatesta funzioni proprio per la sua credibilità, per l’autenticità del personaggio.

Massimo Di Gruso, che ci ha raggiunto per la Momentum Edizioni, ha poi spiegato le ragioni che lo hanno convinto a pubblicare i tre romanzi già editi dello scrittore ferrarese in un unico libro:

“L’ispettore Malatesta è un personaggio genuino, solare – nonostante si tratti del protagonista di un noir – capace di affascinare a tal punto da volerlo conoscere. Da lì l’idea e la proposta rivolta a Lorenzo di raccogliere i tre romanzi – già editi da LineaBN edizioni – in un unico volume, con l’intento di farli uscire da Ferrara e cercare il successo su scala nazionale. Pur riconoscendo alle storie raccontate nei tre romanzi il fascino della provincia, è pur vero che Malatesta è versatile e le sue vicende sono esportabili in altre città, come Milano ad esempio, in cui è possibile ritrovare situazioni analoghe a quelle descritte nella trilogia”.

E’ sempre il realismo a rendere le storie di Mazzoni efficaci e ben riuscite. Certo la realtà bisogna saperla raccontare, soprattutto quando si tratta di scrivere un romanzo o un racconto da cui poter trarre – nonostante siano il prodotto dell’inventiva di uno scrittore- spunti di riflessione sulla società contemporanea.

Lorenzo, nel tuo “Porno Bloc. Rotocalco morboso dalla Romania post post comunista” la rinascita non è prevista. Quella descritta è una società in decomposizione, malata di cinismo e corruzione. Tu hai descritto scorci di Bucarest, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altra città del mondo. Da dove nasce questa visione: dall’amarezza della disillusione o da un’analisi fedele della realtà?

“E’ nato tutto per caso, come anche il mio viaggio a Bucarest che ho vissuto con Marco Belli, con cui ho visitato la città e collaborato per la stesura del libro. Mi sono reso subito conto che si trattava di una città perfetta per ambientarvi una storia morbosa: uno scenario ideale per una vicenda che avesse dei connotati erotici e che scadesse – a tratti – nel disgusto. In realtà – ripensandoci – avrei potuto ambientare “Porno Bloc” in altre città come Milano, Bologna o Ferrara, dove avrei comunque trovato luoghi adatti in cui collocare gli incontri di sesso dei due protagonisti. L’architettura di Bucarest però – per la sua impareggiabile decadenza – mi ha colpito particolarmente ed ispirato – più di altre città – la storia ed il personaggio di Boris. Si tratta di un uomo che non ha più speranza, che si è bruciato con le proprie mani e che non ha intenzione di riprovarci. Bucarest – che io ho definito “magnificamente orrenda” – ben si presta a far da sfondo alla vicenda umana di quest’uomo cinico e terribilmente disgustoso”.

Ci sono poi città in cui trovare invece segnali positivi di ripresa come la Sarajevo di un dopoguerra recente. Lorenzo Mazzoni, in uno dei suoi numerosi viaggi, l’ha incontrata per rispondere ad un “bisogno storico” e all’esigenza di “nuove suggestioni”. Così nasce un reportage anche sulla città balcanica che Mazzoni ci dice essere “un esempio di multietnicità e di fermento culturale, nonostante le ferite ed il dolore che gli abitanti, oggi, hanno imparato a mitigare, anche per la necessità di convivere con i segni recenti del conflitto”.

L’intervista si è conclusa al tramonto, sotto le luci artificiali di una Milano che ha fatto da sfondo al nostro incontro. Ma poco importa. In realtà poteva essere qualsiasi altra città in un qualsiasi altro Paese del mondo. Con Lorenzo Mazzoni questo è possibile.

di Lucilla Parisi