L’uomo dei deserti e “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati

Giuliano Pugolotti è chiamato “l’uomo dei deserti”, in quanto vanta traversate dei deserti in solitario.
Giunge ora la notizia di un’impresa unica: ha attraversato il deserto dei Tartari in compagnia della sua fotocamera; il deserto dei Tartari è in Iran e Pugolotti l’ha percorso per 380 km, attraversando un lago salato, una catena di dune, le Black Mountain e sfidando il caldo torrido di un ambiente considerato tra i più caldi del pianeta.
A questo link potete trovare la documentazione fotografica dell’affascinante impresa.
Personalmente sono stato colpito da un’affermazione, rilasciata da Giuliano P. nel corso di un’intervista: “Ho imparato che il deserto non si lascia prendere e neanche conquistare. È lui che conquista te”.

Di fronte a questa impresa come non tornare con la mente al capolavoro di Dino Buzzati?
Perché “Il deserto dei tartari” – il romanzo ambientato in un immaginario paese che ricorda l’Austria dell’Ottocento – con il suo protagonista, il sottotenente Giovanni Drogo assegnato in prima nomina alla Fortezza Bastiani, è una straordinaria rappresentazione della condizione umana.

Della solitudine: “Forse tutto è così, crediamo che attorno a noi ci siano creature simili a noi e invece c’è il gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico, ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.”

Dell’attesa di un evento risolutivo: nel romanzo rappresentato dalla comparsa inaspettata, all’orizzonte, del nemico. Ossia i Tartari, da combattere, per diventare eroi.

Di situazioni emotive legate al fuggire del tempo: “Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.”

Di epoche ed età: “Fino ad allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente guardandosi con curiosità attorno, non c’è bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi d’intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.”

Di riflessioni pessimistiche: “Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.”

Della morte: Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome.
Ma a un certo punto, istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

Bruno Elpis