Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Bladerunner

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick

Bladerunner di Ridley Scott

L’opera di Philp K. Dick dal titolo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” da cui Ridley Scott ha tratto il fortunato film “Bladerunner” è assai più di un libro di fantascienza. Esso infatti offre diversi piani di lettura, dai più semplici ai più complessi.

Non si può trascurare l’epoca in cui il romanzo fu scritto: il 1968. È l’anno degli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, dell’elezione di Richard Nixon, il quale, come ricorda Gabriele Frasca nella sua postfazione al romanzo di Dick nell’edizione Fanucci, prediligeva l’uso dei “media elettrici”, che lo avrebbero poi rovinosamente condotto allo scandalo Watergate. È l’epoca delle contestazioni degli studenti universitari in tutta Europa, contestazioni motivate da ragioni ideologiche fondate su principi libertari e democratici. In questo contesto l’opera di Dick si afferma come una distopia, derivata dalla disillusione del sogno americano, che non riguarda più solamente l’America, ma ha investito e coinvolto l’occidente intero. Lo scenario che Dick prospetta nel suo romanzo è proiettato in un futuro 1992, in una San Francisco desolata e quasi deserta per gli effetti devastanti di una terza guerra mondiale che ha quasi estinto l’umanità. Edifici abbandonati o sventrati divengono il rifugio di androidi del tipo Nexus-6, che il protagonista Rick Deckard deve eliminare perché diventati pericolosi, dopo aver sviluppato un imprevisto attaccamento alla vita e un’eccessiva crudeltà. L’ansia e l’angoscia di Rick, legato da un sentimento di empatia ai droidi difettosi che deve “ritirare” possono essere solo saltuariamente moderate dal modulatore d’umore. Egli è preso da più di una crisi di coscienza. In questa situazione è assolutamente inaccettabile un’eventuale storia d’amore tra uomo e androide. Eppure Rick si sente attratto da Rachael. Altro elemento assai importante nel testo di Dick è il rapporto uomo-natura, uomo-animale. In un mondo quasi del tutto desertificato, la natura è quasi assente e gli animali sono solo riproduzioni elettriche, copie di quelli esistiti nel passato. Possedere un animale vero diviene l’ambizione di ogni individuo umano, quasi una sorta di status symbol.

Al di là della vicenda in sé il romanzo di Dick prospetta una realtà inquietante, tanto più inquietante se letto oggi, in un’epoca in cui la tecnologia condiziona pesantemente la vita dell’uomo.

BladeRunner, il film di Ridley Scott, rielabora il tema dell’opera di Dick e offre una visione altrettanto tragica della realtà contemporanea anche se con qualche vena di romanticismo.

La San Francisco di Dick diviene Los Angeles. La solitudine e il silenzio che circondano i personaggi del romanzo si trasformano nel chiasso e nel clamore della grande metropoli, dove la folla,massa corporea senza identità e senza spirito, si accalca ai banchetti di cibo per sfamarsi. Qui l’individuo non è meno solo, egli è ugualmente dominato dall’angoscia, dalla paura e dall’insicurezza.

I replicanti di Scott riescono a commuovere, mentre gli androidi del romanzo si compiacciono della loro malvagità, come quando torturano un ragno.

Molto interessante per una più approfondita interpretazione del film è la lettura dell’articolo di Davide Canavero all’indirizzo guerrestellari.net. Qui si chiarisce anche il significato del titolo, Bladerunner, un’unità il cui compito è quello di eliminare alcuni replicanti venuti da un altro pianeta per minacciare la terra. È chiaro che nel film ci si allontana dal plot originale, che il simbolismo si arricchisce di molti riferimenti religiosi. È quanto sostiene con ipotesi suggestiva Canavero, quando accenna alla città di Los Angeles, la città degli angeli caduti. Egli vede inoltre il film di Scott come un’operazione di metacinema, una riflessione del cinema sul cinema, sulla realtà che il cinema rappresenta e che va sempre interpretata.

Sia il libro sia il film, in ultima analisi, propongono un’indagine di tipo filosofico sulla condizione umana in un mondo che va progressivamente disumanizzandosi.

di Anna Maria Balzano