Manifesto degli intellettuali fascisti e antifascisti

Manifesto degli intellettuali fascisti e antifascisti di Benedetto Croce e Giovanni GentileFuoriscena, 2023

Il cuore di questo libro è il rapporto tra intellettuali e potere. Se c’è stata un’egemonia culturale della sinistra, raramente si sente parlare dell’egemonia culturale di destra che ha dominato il Paese nel ventennio fascista. I più grandi intellettuali di allora furono fascisti, non per paura del manganello o di ritorsioni ma per assoluta convinzione politica e morale, come si può leggere limpidamente in queste pagine. «Dobbiamo abbandonare una vecchia immagine del fascismo come fenomeno reazionario incapace di produrre cultura» scrive Alessandra Tarquini nell’introduzione al Manifesto degli intellettuali fascisti, sottoscritto tra gli altri da Ungaretti, Pirandello, Malaparte, Marinetti, e il cui autore, Giovanni Gentile (che resterà fascista fino alla morte, nel 1944, ucciso dai partigiani dei Gap), è uno dei massimi filosofi italiani del Novecento. All’egemonia culturale fascista risponderà con un testo speculare – il Manifesto degli intellettuali antifascisti – un gruppo guidato da Benedetto Croce e da Giovanni Amendola. Il loro antifascismo segue l’indirizzo del cosiddetto «Aventino» (il ritiro dell’opposizione parlamentare dopo l’omicidio Matteotti del 10 giugno 1924), porta alta la bandiera del liberalismo democratico e riconosce una clamorosa leggerezza (dopo la marcia su Roma, infatti, Croce aveva ritenuto il fascismo un fenomeno passeggero, e il 24 giugno 1924 aveva votato in Senato la fiducia al Duce). Rileggere le parole di allora (estremamente illuminanti ed evocative) è un’occasione per guardare da dove veniamo, per capire chi siamo stati e chi possiamo essere.

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Per un approfondimento si veda l’articolo a questo link

Le pretese del fascismo, nemico della libertà. Il duello tra Croce e Gentile nel 1925

Sostiene Giovanni Gentile che il fascismo non è solo un movimento politico che vuole riportare l’ordine, e non è nemmeno solo l’espressione più genuina e coraggiosa dell’Italia vera (quella uscita dalle trincee e da Vittorio Veneto). Il fascismo è anche una religione. E come ogni culto, intransigente. Specialmente se di religione che invita al sacrificio si parla, un sacrificio volontariamente accettato dai suoi giovani adepti pur di rifondare la nazione, perché questa è la loro missione.

È il 21 aprile 1925 e sui principali quotidiani nazionali viene pubblicato il Manifesto degli intellettuali fascisti, che il filosofo (e teorico del nuovo potere) ha redatto e fatto firmare a duecento tra studiosi, artisti e giornalisti. Probabilmente è il testo più sottovalutato della storia dell’Italia fascista. Peccato, perché è un buon compendio delle pretese del nuovo regime, a partire da quella di essere l’erede più puro «dello spirito italiano» e, al tempo stesso, è ciò che più si avvicina a una base dottrinaria per la dittatura, in essere dall’autunno 1922 e ormai anche formalmente compiuta.

In una manciata di parole, Gentile legittima ex post la violenza squadristica negli anni della guerra civile («giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, contro lo Stato per fondare il nuovo Stato»), rivendica la necessità storica di abbattere le libertà individuali, saluta con orgoglio l’annientamento delle opposizioni e celebra la fondazione di una patria rigenerata capace di recuperare lo slancio ideale della Grande guerra, tutto disciplina e obbedienza.

Decisamente, come scrive Alessandra Tarquini introducendo il testo gentiliano nella edizione dei due Manifesti di Gentile e Croce proposta da Fuoriscena (Giovanni Gentile, Manifesto degli intellettuali fascisti, introdotto da Tarquini – Benedetto Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti, introdotto da Giovanni Scirocco), leggere quel documento è un buon modo per fare i conti con l’Italia del ventennio. Ci si confronta, per dirne una, con la massiccia mobilitazione degli intellettuali a sostegno del regime: a firmarlo, quel manifesto, non furono solo gli esaltati del partito e gli estremisti del nazionalismo nostrano, gli Arpinati e i Preziosi, ma anche Pirandello, Ungaretti, Ojetti, Lionello Venturi.

Pagina scomoda per alcuni mostri sacri delle future antologie scolastiche repubblicane: dopo il 1945 molti veli pietosi sarebbero stati stesi, invocando l’assenza di una cultura fascista (o consensualmente fascistizzata). Eppure, è proprio l’entusiasta adesione dei sapienti, convinti di partecipare a un progetto storico di ricostruzione radicale degli italiani, a restituire sopra tutto l’anima totalitaria del fascismo.

Contro questa deriva si schierarono Benedetto Croce e coloro che, come avrebbe scritto Giovanni Amendola, pensavano che non si potesse solo stare in silenzio, che almeno le armi delle parole andassero usate per «la salvezza morale del nostro Paese», a costo di rompere definitivamente sodalizi di lungo corso, come sarebbe capitato ai due ex amici Croce e Gentile.

Certo, come ricorda Giovanni Scirocco, tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato il 1° maggio di quello stesso anno, si trovarono anche molti che il fascismo l’avevano inizialmente fiancheggiato (come Luigi Albertini) o tollerato come un fenomeno istrionico (come lo stesso Croce). Ma, almeno alla fine, furono loro a testimoniare che, tra i savi e i colti della penisola, qualcuno era rimasto con abbastanza coraggio da proclamare che era stata la fiducia nel liberalismo a gettare le basi per un’Italia moderna. E che l’amore per la libertà, per dirla con Croce, prometteva molto di più agli italiani della grottesca fede nella Grande Italia fascista che tanto aveva sedotto i firmatari del manifesto in camicia nera.