Meno male che Silvio c’era

Meno male che Silvio c’era

“Mentre noi ci baloccavamo sulle origini misteriose del patrimonio di Silvio Berlusconi, sui legami massonici, sugli stallieri di Cosa Nostra, sulle Olgettine, il Cavaliere esportava un modello a immagine e somiglianza sua e della sua azienda: il capitalismo muscolare. Là dove bilanci, politica, gnocca, democrazia, media appecoronati, vocazione autoritaria, blandizie, minacce, joie de vivre, joie di non pagare le tasse, convivono in un ecosistema meraviglioso nel quale i poveri votano, quando possono votare, per i ricchissimi. A maggior gloria del re. Sudditi felici che hanno sempre qualcun altro cui addossare il loro fallimento: migranti, comunisti, migranti comunisti. Fino a diventare migranti economici di loro stessi. Che mai giungeranno in porto ma, durante il viaggio, scalciano il tizio a fianco. Berlusconi è stato forse il politico più deriso al mondo, e questo libro non fa eccezione. Ma chi ne sfotteva le orribili barzellette, la coazione a mentire, i modi da parvenu brianzolo, chi si sentiva superiore per modernità, arguzia, cultura, alla fine è diventato come lui (qualcuno ricorda Sarkozy?) o ne ha avuto bisogno fino all’ultimo per rendere il format più trash (Meloni, Salvini). Dunque, vincente. Ché, in fondo, l’occasione fa l’uomo Silvio. Ma siccome di troppa saliva si può morire, anche dopo morti, eccomi. A raccontare l’uomo che più ha portato l’Italia nel mondo dopo Leonardo da Vinci e Al Capone. Scelga il lettore in che percentuale, a patto di ammettere una fattuale verità: Silvio era, è stato e sarà eterno e inestinguibile.” (Luca Bottura)

_______________________________________________

Invece di recensire un programma, oggi parlo di un libro che è tutto un programma: Meno male che Silvio c’era di Luca Bottura, edito da Baldini+Castoldi. Ora spiego i motivi. È un libro che parla molto di tv ed è scritto come fosse la sceneggiatura di una trasmissione folle che non andrà mai in onda; per questo conviene leggerlo subito. Affrettatevi.

La struttura del libro offre diverse stratificazioni: parla di Silvio Berlusconi, ovviamente, ma anche delle prime esperienze televisive del «giovane» Bottura, arruolato in quella magica categoria che sono gli «autori» televisivi (una piccola compagnia di giro, possibilmente instabile); parla soprattutto di molte persone che hanno lavorato nelle tv di Berlusconi a cominciare da Guglielmo Zucconi e Giorgio Bocca, ingaggiati perché quelli della Fininvest volevano «usurpare pubblico alla Rai tramite contenuti non (ancora) troppo sgangherati.

Il modello di Canale 5 è palesemente la Rete1 della Rai. Rassicurante, garbato, così somigliante a quel Cesare Cadeo che con Silvio ha seguito i primi passi della tv via cavo di Milano 2, l’embrione di tutto». Fermoimmagine: il primo incontro con Pippo Baudo del giovane autore, il direttore generale della Rai Carlo Cattaneo che chiama Tony Renis alla direzione artistica del Festival di Sanremo, il tg di Emilio Fede, i consigli per gli acquisti di Maurizio Costanzo, le news quotidiane di Gianfranco Funari e poi i grandi programmi di successo fino al «Grande fratello» che ci regala, tra l’altro, l’epifania di Rocco Casalino, i backstage dei programmi.

Bottura insinua che per un certo periodo Viale Mazzini e Cologno Monzese avessero lo stesso indirizzo, come quella volta che il già citato Cattaneo portò a Sanremo nientemeno che Adriano Celentano (era la famosa volta, lo ricordo a Bottura che era nella schiera degli autori, addetto a Mogol, che Celentano insolentì in diretta un critico tv). Non so se esiste un Paese in cui la vita politica è così intrecciata con quella televisiva: format e sostanza, come recita il titolo di un capitolo. Secondo Bottura in Berlusconi si rifletteranno molti politici: Beppe Grillo, Gianfranco Fini e, da ultima, Giorgia Meloni, come se ci fosse una curiosa coincidenza tra elettore e spettatore.